Wenger’s a CP

Soltanto un altro luogo, come i Lodi Gardens, sopravvive alla fame malata di Delhi, si tratta di Wenger’s, una pasticceria a CP.

Wenger’s è una sorta di baluardo di quello che è stato, un ultimo bastione che resiste alla voracità di Delhi. Elegante, fuori dal tempo, Wenger’s affaccia le sue due vetrine sull’affollato e sporco passeggio di Connaught Place, nel blocco A.

La porta è protetta da due guardie in uniforme. Di lato, un’insegna in ottone, una piccola targa, riporta la data di fondazione – 1926.
Marmo rosa e bianco come pavimento, un locale solo, un lungo rettangolo, ai cui lati fanno ala due banconi art deco in mogano scuro.
Una fila di ventilatori appesi al soffitto ha ceduto il passo all’aria condizionata, ma sono ancora là, appesi al soffitto, monito di un tempo che è stato.

Wenger’s è l’istantanea di un passato che è così lontano dal presente che rimane fuori dalla porta, guardata a vista.
Dentro, un battaglione di addetti in uniforme rigorosa, grembiule bianco e camicia bianca a righe rosa, si muove da dietro i due banconi.
Sono tantissimi, ma dentro la pasticceria, il silenzio è religioso.

I soldatini di Wenger’s hanno consegne precise,  nessuno di loro si sognerebbe mai di disattenderle, sono consegne che arrivano dalla tradizione, sono consegne impartite con austerità e tramandate con rigore.

Lo sguardo del responsabile, un sikh seduto dietro una cattedra in legno scuro sistemata in fondo al locale, osserva i movimenti all’interno del locale e si assicura che tutti i soldatini del battaglione di inservienti di Wenger’s faccia esattamente quello che si aspetta facciano.
Il sikh  sta seduto in fondo e il suo sguardo torvo domina il locale. Due occhi di piombo che si muovono di continuo. Il sikh ha il volto di una sfinge barbuta. Elegante e minaccioso. Di tanto in tanto riprende bruscamente qualche soldatino, la sua voce risuona e incute timore.

Anche il cibo è presentato con sacrale rigorosità.
Sulla sinistra, entrando, i sandwich e i croissant salati, veg e non-veg.
Nel banco vetrina di destra, i dolci. Prima tutti i dolci mono-porzione. Indiani e poi occidentali. Poi vengono le torte, decine di tipi di torte diverse. Sacher, alle mele, foresta nera. Chiudono i cioccolatini e le praline, i pastries.

Ordinare da Wenger’s può apparire complicato e anche vagamente insensato – ma ogni soldatino del battaglione ha ordini e compiti precisa da assolvere

Si entra, si sceglie e si comunica la propria scelta all’addetto agli ordini, il quale compila una ricevuta prestampata e ce la presenta. La ricevuta va consegnata all’addetto alla cassa, qualche passo più in là e lì si paga.
Una volta pagato, l’addetto alla cassa ci consegna una seconda  ricevuta, che va presentata all’addetto agli ordini, il quale – finalmente – impartisce l’ordine ad un altro soldatino, di grado inferiore, che, con il capo chino e la solerzia più assoluta, confeziona con cura massima il nostro ordine. Non c’è soltanto un tramezzino o un pasticcino in quella scatoletta bianca e rosa.  C’è zelo, attenzione, cura e anche un pizzico di timore.

Questo sistema, sospeso tra l’astruso e il virtuoso, va avanti da ottantadue anni, dal 1926,  ed è sopravvissuto al declino del Raj, all’indipendenza, alla partizione, alla nuova India di Indira Ghandi e  al fastidioso avvento dei nuovi ricchi del Punjab, con le loro Maruti, i loro braccialetti d’oro massiccio i loro modi cafoni.

Wenger’s è un pezzo di storia che sopravvive e si rigenera ogni mattina.
Tutti i giorni, due guardie in uniforme, si occupano di tenere la realtà più sconveniente fuori dalla pesante porta a vetri e per chi si siede a sulle panchine di CP, fuori dalla pasticceria, è praticamente impossibile non notarlo.
E’ imbarazzante però, notare anche come molti fingano di non accorgersene.
Giuro, non ce la faccio ad accorgermene, soprattutto quando quella realtà mi guarda negli occhi.

La realtà scomoda resta fuori da Wenger’s

Ho bisogno di una pausa dalla confusione della città, dai rumori, dagli odori. Dalla povertà che urla silenziosa.

E’ una calda mattina di fine agosto e il monsone comincia a lasciare Delhi, spinto a est dai venti secchi che arrivano dal deserto del Thar, nell’ovest del Rajasthan.
Sento che Delhi, e l’India in generale, cominciano a farsi pesanti. Ho bisogno di un paio d’ore di tregua, ho bisogno di ripigliare fiato e, magari, di oziare in un luogo silenzioso e puro, ma non voglio lasciare Delhi e affrontare un altro spostamento, la sola idea di un’altra stazione di treni o di autobus mi fa venire voglia di vomitare.

Prendo un tuk tuk e lascio Ram Nagar, diretto verso il cuore di cemento di New Delhi, lo attraverso e lo supero.
Punto verso Lodi Garden.

Lodi Garden è il solo posto sul quale posso contare per staccare da Delhi, senza lasciare Delhi.

Modhi contempla il suo lavoro nei Lodi Gardens

Lodi è un’immensa oasi di pace e di verde, una camera di decompressione che decine di squadre di mothi – giardinieri – quotidianamente curano con lo zelo che mi dico non appartenere a questa città e a questo periodo. I mothi di Lodi Garden sono giardinieri immortali che arrivano direttamente dallo splendore dell’era moghul. I motti di Lodi Garden, ogni giorno, fanno la manicure ai prati di Lodi Garden, con devozione, con calma, con passione.

Un parco. Solo alberi, curati ed accuditi come marajah dei tempi andati.  Migliaia di alberi secolari e poco di più, un laghetto, e poi verde, soltanto verde. Al centro del parco i resti di due cenotafi del Settecento, giusto per aggiungere quel tocco di magia che non poteva mancare in un luogo come questo.
Il silenzio è appena scalfito dal gracchiare dei corvi e dallo squittire degli scoiattoli.
Il traffico della città resta fuori. La cura e la pulizia di questi giardini ne fanno un luogo sacro, fuori dal tempo e lontano da tutto il resto.
Le coppie si appartano a chiacchierare sulle panchine e sotto gli alberi, qualcuna azzarda un bacio o si tiene la mano.
Un ragazzino malmesso cerca di vendermi delle patatine fritte e qualcosa da bere, insiste, gira con una borsa di plastica, insiste invano, ma è un personaggio fuori copione, qui a Lodi Garden. Scompare come è comparso, non appartiene a Lodi Garden.

Delhi non è ancora riuscita a fagocitare questo posto.
Delhi, la bestia vorace, la città che mastica qualsiasi passato, riducendolo irrimediabilmente in una poltiglia di presente, precario e sconcertante, pare non possa nulla su questo paradiso custodito da una cancellata verde

Lodi Garden. Ci arrivo da nord e entro, come un pesce che per troppo a lungo è rimasto fuori dal pelo dell’acqua.
Un ponte del Cinquecento, due templi dell’era dei Moghul e cenotafio resistono con impensabile dignità, protetti appunto dall’impenetrabile sacralità di questo parco.
Solo qualche chilometro più a nord, la necessità impellente di un presente ha saccheggiato, violentato e piegato i fasti di un passato glorioso.
Edifici con più di tre secoli di storia occupati da negozietti putridi e da magazzini infestati dai topi.
Palazzi moghul di fine settecento trasformati in dormitori improvvisati, cimiteri in case, haveli in spazi dove accatastare l’immondizia.
Di ciò che fu il Raj restano soltanto rovine e di queste rovine la città nutre il suo presente, come se Delhi non potesse permettersi un passato. Pare che però la capitale non sia ancora riuscita ad assicurarsi un futuro.

Delhi è solo un enorme, fatiscente, sconcertante presente e qui, seduto su una panchina di Lodi Garden, mi viene più facile pensarlo – non accettarlo.
Mi rilasso, ascolto gli uccelli cantare, i mothi chiamarsi a bassa voce mentre lavorano. Ascolto il frusciare delle foglie e l’acqua del laghetto accarezzare l’erba, ascolto le anatre.
Ogni tipo di albero presente è schedato, un piccolo cartello di legno ne descrive caratteristiche e nome latino.
Questa non è  Delhi, questa non è India. Dove sono?!

Mi alzo e riprendo a vagare. La mattinata è calda, ma non afosa e qui a Lodi è assolutamente perfetta.
Mi sdraio nell’erba, dove è permesso e penso alle brutture che assediano questo paradiso di alberi.

C’è un enorme cantiere aperto poco oltre CP. Una voragine circolare larga qualche centinaia di metri e profonda una ventina. Nel mezzo di questo immenso cratere sorge lo scheletro di una torre di trenta piani; una volta terminata ospiterà centinaia di uffici per la nuova India – così recita un gigantesco cartello pubblicitario, ricco di ingegneri ammiccanti, capi cantieri sorridenti e donne in tailleur e in carriera. La Nuova India. Staremo a vedere.
L’edificio è ancora in costruzione, una gru a fianco distribuisce carichi di materiali e giorno e notte un esercito di muratori e capomastri e carpentieri lavora senza sosta.
Un mostro di cemento isolato, il cui scheletro incute terrore e raccapriccio.

Non è ancora terminato e il mostro è già decrepito, è già vecchio.
Le piastrelle del rivestimento sono segnate, i muri, non ancora intonacati, sono crepati.
Il mostro non è ancora stato partorito ed è gi vecchio, incancrenito dal tocco di Delhi.

Così come il nuovo marciapiede della stazione di Nuova Delhi.§
Tre anni di lavori e cinquanta uomini che si alternano quotidianamente, coordinati da un nugolo di ingegneri, sovraintendenti e kapò.
L’inaugurazione è prevista tra meno di un mese, ma l’incompiuto marciapiede ha già l’aria disastrata che pervade tutta la città.

Operaio al lavoro nella costruzione del nuovo marciapiedi alla New Dalhi Station

Questa è Delhi. Senza un passato, schiava di un presente che rischia di sottrarle un futuro.
Torno a godermi lo spazio senza tempo di Lodi

C**zo di India

Pubblicato: dicembre 17, 2010 in Viaggi
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Cresce la tensione in Kashmir. Tre ostaggi in Jammu sono prigionieri di un gruppo di estremisti musulmani.
Quattro morti. L’esercito non ha avuto pietà. Ha fatto irruzione e ha ucciso tutti. I quattro avevano ucciso tre uomini prima di asserragliarsi. La conta dei morti, in quella sventurata regione tra India e Pakistan, sale così a sette. E i telegiornali delle sei del pomeriggio si sono assicurati la morte in diretta, le telecamere hanno ripreso con dovizia di particolare l’assalto dell’esercito indiano e la conseguente resa degli ostaggi, peccato che tra la resa e l’assalto, sia passata la morte!
La BBC South Asia interrompe i programmi del pomeriggio, un noiosissimo documentario sull’andamento finanziario dei paesi del Sud Est Asiatico. Breaking news! Le riprese traballanti di una telecamera a mano irrompono nella mia stanza d’albergo, una voce indiana  è doppiata in inglese. Le immagini sono incerte, mostrano il fronte di una palazzina, un balcone, un cancello chiuso, una porta di legno. Alcune sagome si alternano tra la porta e il balcone.
C’è concitazione, le immagini zoommano sulla casa, poi allargano. Poi un’altra zoommata.
La voce indiana viene interrotta da un colpo di fucile. Fa un rumore secco e poi il silenzio.
Le sagome al balcone spariscono all’interno della casa. In meno di un attimo, tutte, tutte tranne una, che si blocca per qualche istante e poi vola di sotto, dal balcone, al suolo. Si allarga in una macchia nera con le braccia a croce.
Il cecchino ha ucciso il primo dei tre ribelli asseragliati dentro la palazzina.
La telecamera va a tentoni alla ricerca del cadavare steso al suolo. Zigzaga incerta, mentre esplode il caos di voci.
L’uomo è riverso a terra, faccia in giù, le braccia allargate. Morto.
Poi la telecamera pesca tra i movimenti rapidi dei soldati che stringono l’assedio e ne coglie tre o quattro che sfondano la porta e altri che che si calano dal tetto, sul balcone e poi dentro.
Si sentono colpi di mitra, una bomba fumogena esplode e dall’interno della palazzina si alza una cortina di fumo bianco.
Poi altri colpi.
Poi il silenzio.
Escono i militari, escono gli ostaggi. Poi altri militari trascinano i corpi cadaveri dei ribelli, li allineano al suolo, vicino al primo caduto dal balcone. La telecamera si avvicina, di corsa, portata a spalle dal cameraman e stringe sui corpi riversi al suolo. Uno dei tre è steso pancia all’aria, ha lo sguardo perso nel vuoto.
Poi il filmato riparte. La morte è in loop.

Otto morti in Orissa in seguito agli incendi appiccati alle chiese cattoliche.

Il Bihar è vittima della più grande alluvione degli ultimi quarant’anni. Il conto delle perdite ha toccato quarantadue morti e non si contano quelli che hanno perso la casa. Le immagini delle abitazioni spazzate dall’acqua e delle imbarcazioni di fortuna che vanno alla ricerca dei superstiti mi entrano in camera con i telegiornali del mattino.
I campi di riso sono un un oceano piatto, solcato da piroghe improvvisate, sospinte dalla sola speranza di ritrovare qualche caro disperso o qualche briciolo di proprieta.
L’acqua ha inghiottito tutto.
Ora inquadrano gente che guada una strada di un villaggio, immersi fino alle spalle. I loro sguardi non tradiscono emozione alcuna. E’ il silenzio di quegli occhi ha frustrarmi la coscienza.

Cazzo di India.

Sdraiato su binari - Treno locale - New Delhi

Times of India apre con tre titoli – preoccupanti tutti e tre.

“60 casi di malaria denghe a Delhi e 213 a Durgaon.”
“Sharif e Zandawi si separano. Esercito Pak nei territori controllati.”
“Folla assalta le chiese cattoliche in Orissa. Due arsi vivi.”

Buon giorno India.

Sono per strada di buon’ora.
Non ho una meta precisa. Voglio scattare qualche foto, mangiare qualcosa e magari comprarmi un libro.
Scendo per quella che ora chiamano Vivekananda Road. Sopra la mia testa un ponte della ferrovia.
Sotto il ponte i soliti senzatetto strafatti di eroina. Sono buttati sul marciapiede, nel loro vomito e piscio. Respirano i gas di scarico delle auto tutto il giorno, ma sono talmente andati che nemmeno se ne accorgono più.
La puzza di smog è letale.
Quando esco da sotto il ponte mi accorgo che una fila di persone scende dalla massicciata, scavalca un parapetto e scende per un sentiero verso Vivekananda Road.
Vengono dai binari là sopra.
Decido che ci salgo.

Con l’ostentata indifferenza di chi si sente colpevole, risalgo il sentiero che raggiunge la sommità del ponte e la massicciata.
Alcuni barboni dormono sotto un ashoka. Nemmeno si accorgono di me che gli passo a fianco.
Scavalco il muretto del ponte e sono sui binari.
Non credo ai miei occhi.

C’è un mondo su questi binari. Pendolari che si spostano ordinati.
Operai che caricano e scaricano sacchi di mattoni da file di muli. Ufficiali di polizia con le loro pistole automatiche ancorate alle fondine. Responsabili degli scambi, che da sotto le loro tende beige, seduti su loro seggiolini, dirigono gli addetti agli scambi, nelle loro vestaglie fosforescenti.
Addetti agli scambi che si muovono come marionette, con le loro bandiere verdi e rosse sotto il braccio e un bidi tra le labbra.
Scolari in uniforme. Studenti universitari. Parassiti fatti di droga. Cani randagi.

Non siamo chissà dove. Siamo soltanto a poche centinaia di metri sulla mia sinistra si scorgono gli ultimi edifici della stazione di Nuova Delhi.
No, appunto, non siamo chissà dove,  ma io non dovrei essere qui. Sono sui binari. E con me, su questi binari, c’è un mondo vario.

Non potrei essere qui e non potrei essere qui con una macchina fotografica e senza un permesso scritto dal Ministero dell’Informazione e dall’Ufficio delle Pubbliche Relazioni delle ferrovie. Questo me lo hanno spiegato bene, facendomi rimbalzare da un ufficio all’altro, meno di un mese fa, quando, appena arrivato, cercavo di fare le cose all’occidentale. Ma questa è India. E ho imparato, oh se ho imparato.

Il Responsabile del Traffico nel suo ufficio

Più in là, oltre la massicciata, oltre gli uffici dei responsabili del traffico, si scorgono le tende della Railway Colony, l’ennesimo slum, i soliti poveri – questa volta a dare loro ricovero non è un ponte o un cimitero, ma le carrozze sui binari morti – e il gioco di parole che qualcosa di morto la sola cosa a tenerli aggrappati alla vita, mi mette una strana sensazione addosso: e se qui fosse tutto davvero sbagliato?! Questa è l’India, non so andare oltre.

I treni si susseguono, passano lenti, con la gente aggrappata alle porte.
Lunghi vermi di ferro, ruggine e vernice scrostata. I pendolari aggrappati alle porte, appendici umane che mi sorpassano salutandomi e sorridendo. Anche questa è India
Non riesco a smettere di sudare, il cielo di Delhi questa mattina è

Lo slum dei binari morti

una coperta di lana grigia che soffoca ogni iniziativa. Ho scattato un centinaio di foto dal ponte. Treni, gente, ufficiali, muli. Ho scattato tutto quello che ho cercato di scattare in un mese.

Mi riposo a CP.
Eccolo che arriva.
Si chiama Ricky Ram, ha l’espressione smaliziata e non più di 13 anni.
Finta Lacoste nera, jeans di cotone gessati neri e grigi e adidas nere ai piedi.
Faccia pulita, carino nei modi.
“Where from sir?”
Il solito attacco per la solita sonata, ma non ho voglia di mandarlo via.
“Italy.” – dico e mentalmente anticipo il piccolo damerino pronunciare la solita frase Sonia Gandhi,
AC Milan.” – dice.
Colpito e affondato.
“Giochi a calcio?” – gli chiedo
“No, cricket sir.” Il piccolo è per lo meno onesto.
Ricky si siede lì, al mio fianco e mi confida che questa mattina butta male, ci sono in giro pochi turisti e per tre giorni non ha lavorato perché aveva la febbre.
“Che lavoro fai?”
“Porto i turisti all’emporio, quello caro dietro la stazione degli autobus.” – so di che posto sta parlando, è un negozio in una palazzina bianca di tre piani, pulito, di lusso e vende le solite cose al triplo del loro prezzo più alto.
“Quanto ti danno?”
“Cinque. Il cinque per cento.”
“Non vai a scuola?”
“Non sono riuscito a comprare il libro nuovo e il maestro mi ha detto di tornare a casa e di ripresentarmi quando avrò il libro nuovo.”
Fa una pausa.
“Lavoro un po’ e lo compro…”
Un’altra pausa. Ora mi fissa.
“Ci vieni all’emporio con me?”
“Non voglio comprare, non mi serve niente.”
“Non devi comprare.”
Lo guardo perplesso. Se non spendo, come lo pagano?
“Mi danno un coupon per ogni turista che accompagno. Li porto al cancello e aspetto. Se non comprano, ognuno vale un coupon. Se comprano invece mi danno i soldi. Dieci coupon sono 15 rupie. Andiamo allora?”
Andiamo.
“Ma non compro niente.”
“Non importa, però non dirglielo.”

Nel cimitero britannico, l'uomo col falcetto

Finalmente lo trovo.
Il vecchio cimitero britannico su Lothian Road.
Ci sarò passato davanti almeno cinque o sei volte in questi giorni. Si trattava del cimitero della famigerata Compagnia delle Indie Orientali, il simbolo del potere britannico in India per secoli.
In questa parte della città la Compagnia aveva costruito il proprio quartier generale,  la cosiddetta Residenza, e tutto attorno gli alloggi degli ufficiali, il corpo di guardia e i magazzini – i preziosissimi magazzini.
Qui si erano rifugiati gli inglesi durante i giorni della rivolta del 1857  e da qui avevano riconquistato il potere, fino alla definitiva capitolazione del 1947, con l’avvenuta dichiarazione di indipendenza indiana.

Dei giorni concitatati dell’ammutinamente indiano (1857) rimane davvero  poco.
Il magazzino della Compagnia  è ridotto ad una latrina sul lato di Lothian Road che di notte dà  ricovero ad un gruppo di disperati eroinomani, gli stessi che  passano i giorni a mendicare dalle parti di Kashmiri Gate.
La potente Compagnia, cancellata. I suoi magazzini, ridotti a maleodoranti latrine.
E’ come se l’India si fosse riappropriata di quei mattoni e di quei lotti di terreno per cancellare indelebilmente un passato al quale non vuole legarsi, ma che poi, in realtà si sia legata ad un presente che lascia poco scampo.

Ho letto che il cimitero della Compagnia, anch’esso sulla Lothian, ora dà rifugio a una comunità di senzatetto, gente caduta in disgrazia nei primi anni ’70 e scampata ai massacri dell’84.
Da quellol che ho letto, sembra che vivano nelle tombe, non ci riesco a credere, però la cosa mi ha incuriosito da quando sono rientrato a Delhi e mi sono messo in testa di trovarlo questo posto.

Per tre o quattro giorni ci ho transitato davanti senza accorgermene, poi oggi, come per caso, imbatto in un cancello che avevo tralasciato. Non può che essere quello l’ingresso del vecchio cimitero britannico.
Il cancelletto è arrugginito. Il muro di cinta è di mattoni rossi e passa del tutto inosservato.

Devo essere sincero, mi aspettavo tutt’altro.
Mi aspettavo un cimitero dell’Ottocento, mi aspettavo una qualsivoglia ufficialità e invece mi imbatto in un muro decrepito, coperto dalla vegetazione e in un cancello di ferro e ruggine.
Lothian Road lì ha un’incertezza, prima di confluire con Grand Trunk Road, tra l’università e il Kashmiri Gate Post Office c’è ciò che resta del cimitero della Compagnia, nascosto, difficile da scovare.

Mi fermo davanti al cancello. Guardo dentro.
Che si fa?! Si entra?! Cosa cerco?! E se me ne andassi a prendere un tè nero in una dhaba e lasciassi perdere tutto?!
Spingo il ferro arrugginito del cancello senza pensare oltre. Sono dentro.
La vegetazione ha preso il sopravvento sull’opera dell’uomo e l’abbandono e l’indifferenza hanno completato lo scenario.

Un cumulo di rovine abbandonate, se non fosse per una targa tanto inutile quanto ridicola che avverte, rigorosamente in hindi e in inglese, che quella che si sta varcando è la soglia di un monumento parte del patrimonio dell’eredità storica indiana (!).
A soffocarmi la risata ci pensa la lama affilata di un lungo falcetto che un uomo, sbucato apparentemente dal nulla, mi punta alla gola.
Cazzo! Cazzo! Cazzo!
Poi ne arriva un altro e un altro ancora. Sono quattro in tutto gli uomini adesso. Sbucano dalle rovine, escono dalle tombe. Uno ha un bastone.
Nessuno parla. Mi fissano e quello con il falcetto non abbassa l’arma.
Da un cenotafio di mattoni rossi esce un tale che ha tutta l’aria di essere il capo della cricca.
“Name Joseph Rajenda Beev.” – dice, pare minaccioso, ma è calmo.
Mi squadra e mi fa cenno di avanzare. Solo allora il tizio con il falcetto abbassa la lama.
Non credo di avere alternative e avanzo.
Potrei scapppare, ma ho sentito chiudersi il cancelletto alle mie spalle.
Gli faccio capire che ho solo intenzione di scattare qualche foto.
“Money. For food.” – il manifesto delle loro intenzioni mi pare chiaro. Soldi. Vogliono soldi.
Penso a quanti soldi ho addosso. Penso a dove ho imboscato i pezzi da mille e a cosa ho lasciato a portata di mano.
Apro il portafogli che tengo appeso al collo, gli mostro il contenuto. Ci sono  settecento rupie. Un pezzo da cinquecento e due da cento. Gli allungo il pezzo da cinquecento.
Il capo  prende i soldi e li mette in tasca. Mi fa segno di seguirlo.
“Photo ok.”
Tiro un respiro di sollievo.
“Christian we.”
Cristiani, sono cristiani. Ma la cosa non mi tranquillizza, dovrebbe?
Comincio a scattare qualche foto.
Voglio ritrarli di fianco alle loro case: le tombe.
Non ci sono donne. Solo una decina di uomini.
L’uomo del falcetto si sistema vicino alla tomba nella quale dorme..
E’ la tomba di Rebecca Beatty, figlia di Mary Anne Beatty, morta il 1° agosto del 1826, all’età di 8 mesi e 11 giorni.
L’uomo del falcetto sorride beota alla macchina fotografica.
Mi sento a disagio.
Il capo chiede di essere fotografato appoggiato a “casa sua”, quello che rimane in piedi di una colonna che era parte di un monumento funebre in memoria di George, figlio di Henry e Matilda Molthen, scomparso il 9 maggio all’età di 23 anni.
Voglio andarmene.
Lascio altre cento rupie nelle mani del capo, che ora si è fatto addirittura loquace, ed esco per lo stesso cancelletto che ho cercato per giorni.
Voglio solo andarmene e scordare questa sensazione.

Una tomba e il "capo cricca

William Darlymple è uno scrittore scozzese che ha “ispirato” le mie ricerche di questi giorni (il cimitero, il combattimento dei galli, il bazar della città vecchia) e che ha avuto una rilevante influenza nel farmi cambiare modo di vedere e vivere Delhi. City of Djiins e Age of Kali sono due tra i suoi libri che consiglio a chi voglia avvicinarsi a “l’altra India”.

Solo acquiloni

Pubblicato: dicembre 6, 2010 in Viaggi
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E’ domenica sera e nel cielo galleggiano centinaia di piccoli aquiloni.
Volteggiano nell’aria calda della sera di fine agosto, mentre Delhi si prepara a festeggiare la nascita di Krishna.
Le strade sono invase dai canti religiosi, gli altoparlanti li diffondono a un volume assordante da questa mattina.

Ovunque volga lo sguardo, a sud, verso i palazzi alti di Nuova Delhi, a nord verso la sagoma grigia di Jama Masjid, a est verso gli slum oltre il fiume, verso il vuoto di Laxmi Nagar e Trilokpuri o a ovest verso i nuovi quartieri, ovunque guardi, centinaia e centinaia di francobolli sembrano danzare sulle note – fastidiose – dei canti religiosi che salgono dalle strade.

Hindu, sikh, musulmani, cristiani. Solo aquiloni nel cielo di Delhi, oggi e da qui, da questa terrazza cinque piani sopra Arakasha Road non si riesce a dire se dall’altra parte del sottile filo di nylon ci sia un hindu, un sikh, un musulmano o un cristiano.  Solo aquiloni.

Ivan, cattolico a Connaught Place

A zonzo per Connaught Place di domenica pomeriggio è una delle cose più desolanti che ho provato.
Primo non amo questo posto, secondo le domeniche a Delhi hanno un’aria deprimente. E oggi è la festa di Shiva e la gente sembra essersi smaterializzata.

Mi accorgo di lui soltanto quando mi batte sulla spalla.
Un vecchio zombie dalla pelle ambrata, i capelli grigi che sembrano di stoppa e la barba di qualche giorno, forse di qualche settimana. Porta una camicia a quadretti azzurri che gli cade larga, ci sono macchie scure ovunque. E’ sporco e puzza.
L’ennesimo barbone che chiede l’elemosina a CP, penso.

“Ivan, mi chiamo Ivan, sir.” – si presenta. Ivan parla inglese, parla bene inglese.
Resto sorpreso, ma ormai non più di tanto, ormai mi aspetto di tutto e la disperazione da queste parti è la miglior miccia per la creatività.
“Signore, l’ho seguita per tutto il blocco C e B.” – Blocco C e B, è un bel pezzo di strada. Non me ne sono accorto. Connaught Place è costruita attorno ad una piazza circolare, a riadiante, tre cerchi concentrici di edifici divisi a segmenti, ogni segmento è un blocco e ogni blocco è contraddistinto da una lettera. Dovrebbe aiutare a ritrovarsi, ma io finisco sempre col perdermi, sarà che non la sopporto questa parte di Delhi.
Ivan non ha intenzione di lasciarmi andare e ripete che non vuole soldi.
“Cosa diavolo vuoi allora?”
Good sir, questo… “- e mi mostra una pompetta, un broncodilatatore per l’asma.
Ok, penso, ci siamo! Ecco il solito giochino, il trucchetto della medicina finita per sflarmi qualche quattrino, suonando la corda della compassione. Ivan legge la mia perplessità e il mio distacco.
“Signore, c’è una farmacia nel blocco H.”
“Ok, andiamoci assieme allora.” – so che se gli dico di volerlo accompagnare, sarà costretto a mollare o si ritroverà una nuova pompetta e neanche una rupia. Smascherato!
Il vecchio scoppia in lacrime. Scuote la testa, si scuote tutto, porta le mani al volto, piange. Piange a dirotto. Fermati, cazzo!
“Che c’è ora, che c’è?!” – sono sbalordito.
“Signore, non so come ringraziarla, Dio la benedica, Dio la benedica. Voi siete mandato da Dio, da Dio!… siete mandato da Dio in persona! Mi accompagnate in farmacia, mi accompagnate… Oddio grazie, dio ti ringrazio….” – prende fiato appena, ho paura che schiatti. E’ agitato.
“Dio vi benedica!” Sta urlando, si agita, i passanti cominciano a incuriosirsi.
“Forza calmati e andiamo in farmacia.”
Ivan prende a camminare rapido, è più un trascinare i piedi. Struscia le suole delle ciabatte marroni sull’asfalto di CP.
E’ agitato. È qualche passo avanti a me e non mi perde di vista, ha paura che possa cambiare idea e non accompagnarlo in farmacia. Strana truffa questa, penso.
“Sono di Bangalore, per questo parlo inglese. Sono cristiano, cristiano cattolico.” – e mi mostra un tatuaggio a forma di croce sull’avambraccio destro.
Ivan ha 58 anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Si è preso l’asma lavorando per le Northern Railways. Per 40 anni Ivan ha caricato carbone sulle locomotive e alla fine si è beccato l’asma. Poi le NR lo hanno scaricato e l’India ha fatto il resto.
“L’India è un paese cattivo. Il governo indiano è cattivo. Non come il vostro governo… “  – mi viene da ridere.
“Qui i ricchi diventano sempre più ricchi, signore, e i poveri…” – fa una pausa – “… i poveri muoiono.”
Mi benedice, mi benedice ancora, non fa altro da quando gli ho detto che lo avrei accompagnato in farmacia.
Ivan ha in tasca 12 rupie e una pompetta nuova ne costa 278.
L’eccitazione gli provoca un attacco d’asma. Cerco di calmarlo, ho paura di vederlo crollare sul marciapiede.
Prende fiato, con fatica.
“Parlo poco hindi e gli hindu mi evitano, non si fermano, mi sputano addosso. I musulmani mi prendono a calci…” – fa una pausa
“Ma per quanto tempo devo ancora sopportare tutto questo?! Per quanto tempo ancora?!” – fa un’altra pausa.
“Cinque anni?! Dovrò aspettare ancora cinque anni?”
Gli dico che vivrà almeno altri vent’anni.
“Venti?! Nah-ha. No signore, ti prego, non dire vent’anni. Non posso resistere altri vent’anni. Mia moglie è morta due anni fa e i miei figli… i miei figli chissà dove sono. Non voglio vivere altri vent’anni, signore, no, ti prego…” – e ride. Gli mancano i due incisivi superiori.

Arriviamo alla farmacia al blocco H. Non hanno la medicina che cerchiamo. Ivan è disperato.
“All’ospedale…” – dice – “lì ce l’hanno.” Ha negli occhi la scintilla della speranza, ma sembra un lumino. Piange.
“Vada per l’ospedale.” – dico, non può essere una truffa, mi convinco. Ivan ha davvero bisogno di quella pompetta.
“E’ lontano, molto lontano.” – dice disperato, ha il terrore che mi tiri indietro, glielo leggo sul volto. Mi supplica.
“Facciamo così… “- propongo – “Ti do 300 rupie, 278 ti servono per la medicina e 22 le usi per il tuk tuk, alla fine sei uno di loro e non ti faranno pagare di più… ma la medicina la devi comprare.” Fa plateali segni della croce, è agitato.
Gli allungo tre banconote da 100 rupie e lo fisso negli occhi.
“Signore, io sono cattolico, non posso mentire.” – Bastasse questo, penso e lo guardo attraversare la strada, schivando le auto.
Ivan raggiunge il posteggio dei tuk tuk. Lo seguo con lo sguardo contrattare con il  guidatore, il guidatore scuote la testa, lo caccia.
Ivan approccia il secondo tuk tuk. Niente da fare nemmeno con lui, lo caccia anche il secondo.
Il terzo non lo ascolta nemmeno, sputa per terra e lo insulta.
Guardo Ivan disperarsi dall’altra parte della strada. Lo guardo cercare fortuna con il quarto tuk tuk.
I due hanno una discussione, Ivan dalla strada e il tuk tuk wallah da dentro il mezzo. Il tuk tuk wallah strattona il vecchio barbone, cerca di buttarlo a terra.
Attraverso la strada di corsa.
“Non mi carica, non mi carica! Vuole 50 rupie per portarmi all’ospedale.” L’autista scuote la testa, non ne vuole sapere di prendersi a bordo Ivan.
Cinquanta rupie è un furto per un indiano, è il prezzo che chiederebbero a me. Perché quest’uomo si accanisce così duramente nei confronti di Ivan?
“Cinquanta rupie, ha detto cinquanta rupie….” – Ivan piange – “io ho solo 22 rupie… non 50…”
Esercito il potere del mio portafogli. Metto una banconota da 50 nelle mani del guidatore di tuk tuk.
“Sparisci da qui!” – sento il sangue ribollire.
“Dio ti benedica, dio ti benedica. Avrai fortuna, dio ti benedica. Grazie, grazie.”

Ivan piange. Il tuk tuk si allontana.
Non saprò mai se il cattolico Ivan è davvero andato all’ospedale, ma mi piace credere che lo abbia fatto.
Voglio credere che Ivan sia andato all’ospedale e abbia comprato davvero la medicina per l’asma e mentre prendo Chelmsford Road verso Ram Nagar mi sento felice e ho voglia di piangere.
Le lacrime rompono l’indugio. Qualcuno da dietro mi chiama, un ragazzotto vestito a festa, da sopra un rickshaw.
“Tutto bene, signore?”
Annuisco, asciugandomi le lacrime.
“Ho visto che discutevate con quelli dei tuk tuk.”
“Non volevano accompagnare il vecchio all’ospedale, ma poi ne abbiamo convinto uno…” – dico
“Dove andate signore?”
“A Ram Nagar.”
“Vi ci porto io.” – e va un cenno al rickshaw wallah
“Grazie, faccio a piedi.”
“Signore, pago io la corsa, ci terrei a ringraziarvi… per prima.”
Insisto, voglio camminare. Il ragazzo alla fine accetta le mie ragioni e si allontana.
“Grazie, signore, grazie.” – urla superandomi.
Lo guardo esterefatto. Questa è l’India.