Ed è di nuovo India.

Pubblicato: settembre 30, 2010 in Viaggi
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Ed è di nuovo India. Finalmente, dovrei dire, ma non si tratta di gioia. Una liberazione, piuttosto. La morsa dei sedili del volo dell’Aeroflot che mi ha portato a Delhi, via Mosca, mi ha segnato ossa e carne, e dunque “finalmente India”.

Sono le  sei meno dieci e la mattina si è mostrata già molto indiana – anche troppo per i miei gusti… non riuscirò ad innamorarmi di questo paese, non accadrà mai.
Sono stanco. Il viaggio, il fuso, il caldo umido del monsone. Mi abbandono sul letto e lascio che la stanchezza prenda il sopravvento sul resto delle sensazioni contrastanti.
Come tutte le volte che atterro a Delhi, una sensazione galleggia sopra le altre: la voglia di tornarmene a casa. Svanirà tra qualche ora, lo so.
Fatico a prendere sonno, nonostante tutto. Chiudo gli occhi e alcune immagini prendono a materializzarsi nel buio del mio sguardo.

Il taxi scivola nella notte. Un’Ambassador nera col tetto giallo con almeno una quindicina di anni sul groppo del motore. Sono sprofondato nel sedile posteriore. Sul cruscotto c’è un adesivo giallo e rosso che avverte la clientele: le corse con aria condizionata costano il 50% in più – “A/C SERVICE – PLUS 50%”.
Alla guida c’è un sikh di una trentina d’anni, ma non osserva la regola che impone loro di non tagliarsi capelli e barba – è un mona, un sikh non osservante.
Si chiama Parjend Singh e stranamente non sembra voler fare conversazione. Sarebbe già un gran risultato.
La NH8 è un cantiere aperto.
“Collegano IGI con New Delhi.” – commenta Parjend, che ora ha preso anche a parlare.
IGI sta per Indira Gandhi International, sottointeso airport.
Benvenuto in India, la patria degli acronimi.
Finalmente! Finalmente provano a collegare l’aeroporto con la città.
Finalmente scamperemo agli assalti dei tassisti, alla confusione dei bus, finalmente, penso io. Parjend Singh è di un’opinione diversa, per lui la nuova metro significa una cosa soltanto: meno corse verso Delhi, dunque meno rupie alla fine della giornata.

La notte è abitata. Nelle luci dei cantieri della metropolitana si materializza un esercito di uomini al lavoro.  Più che uomini in carne ed ossa, contorni di uomini, sagome scure  che si muovono nella polvere sollevata dai camion.
La NH8 qui è devastata dai mezzi pesanti. Attraversiamo una nuvola di polvere marrone.
Al di là della polvere, una batteria di fari illumina un cratere dentro il quale una ventina di uomini, fiaccati del caldo asfissiante della notte, picconano, scavano, spostano pesanti sezioni di un condotto.
Il rumore è assordante. Poco oltre scorgo una fila di operai che dorme su charpoi di legno. Dormono immobili, stremati dai turni. Il rumore non li scalfisce.
Più avanti altri uomini dormono su carretti agganciati a buoi e a muli. Riesco appena a mettere a fuoco i loro volti e i loro corpi, protetti dalla penombra. Altri ancora sono stesi sotto i carretti, tra le ruote, tra le zampe degli animali e dormono a ridosso della strada.
“Aspettano il turno.” – dice Parjend.
La sua Ambassador procede verso Delhi, sobbalzando sulle buche della strada disastrata , più che su una superstrada, pare di mouoversi su una strada di campagna dopo un’alluvione.

Sprofondo nella notte calda e umida di Delhi e mi domando che diavolo ci faccio qui

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commenti
  1. Silvia ha detto:

    Approdo solo ora alla tua Masala guesthouse! Un bel posto, di quelli che mi piacciono, con i muri scrostati e qualche sorriso dimenticato negli angoli, niente di più indiano!
    Ho appena iniziato a seguire questo il diario di questo tuo viaggio (che se ho capito bene hai fatto nell’estate 2008, giusto?) e condivido molte delle tue impressioni sull’India.
    Mi è molto piaciuto questo tuo raccontare di posti minori, dimessi, disgraziati, fatti di piccole cose, insignificanti e putride, bellissime.
    Anche io mi sono fatta mille volte la tua domanda ricorrente “che cazzo ci faccio qui?”, … ma chi me l’ha fatto fare? E ogni volta però ci torno…
    Ripasserò a lasciare qualche impronta… in qualche stanza della tua guesthouse.
    A presto!
    Silvia

    Ps: grazie mille per avere linkato il mio blog!

    • walter meregalli ha detto:

      Grazie davvero Silvia.
      Sì è vero, si tratta del diario di un viaggio – uno dei vari – fatto nell’estate del 2008. Inizialmente doveva essere un progetto fotografico a bordo dei treni indiani, poi le vicende e il caso lo hanno trasformato in quello che è… una raccolta di emozioni sparse.
      Vedo che abbiamo una passione comune per “chi sta sotto”…
      Aspetto i tuoi prossimi commenti… purtroppo il viaggio “è arrivato” quasi alla conclusione, ma non vedo l’ora di affrontarne un altro…

  2. Silvia ha detto:

    Be’, io in genere preferisco le emozioni sparse che i progetti, quindi mi fa piacere che il caso abbia trasformato questa cosa in quella che è diventata; tutto evolve per un suo verso impredicibile…
    Poi, quando un viaggio finisce ne inizia sempre un altro… anzi, secondo me un viaggio non finisce mai, ma proprio mai.
    In un libro di Saramago ho letto da pochissimo:
    “Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.”
    (scusa, odio le citazioni buttate lì, ma giuro che mi è venuta molto spontanea…)
    ciao!

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