Il surreale Ufficio Immigrazione di New Delhi

Pubblicato: settembre 30, 2010 in Viaggi
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Sono testardo, lo so.
Ma per certe cose, spesso, non basta avere la testa dura.

Ho chiesto un visto multiplo, come ho sempre fatto fino ad ora, di quelli che dura sei mesi e ti permettono di entrare ed uscire dall’India tutte le volte che ti pare.
Non credo di aver mai incontrato nessuno che viaggiasse con un visto singolo per l’India, se non i turisti contingentati modello Alpitour.
Ma grazie a screzi e ripicche tra Berlusconi e Manmohan Singh, Nuova Delhi ha temporaneamente smesso di concedere visti multipli a cittadini italiani, cicca cicca!
Per cui sono partito con il mio misero single entry visa con la ferma intenzione di cambiarlo in un multi-entry visa una volta a Delhi.
Voglio poter andare in Nepal o in Tibet senza dover buttare il biglietto aereo di ritorno, che parte da qui, da Delhi.

Ed eccomi qui.  26 di Man Singh Road, Jasailmer House.
La Jasailmer House è un lungo edificio color crema, protetto da un muro di cinta e guardato a vista dall’esercito, come del resto tutti gli edifici qui sulla Man Singh Road.
Sono in quella parte di Nuova Delhi che ospita gli uffici ministeriali, oltre alla Indian Reserve Bank e a qualche hotel di lusso. Ampie rotatorie guardate a vista dalle statue dei padri dell’indipendenza indiana, lunghi viali alberati, edifici presi in prestito alle diverse avanguardie architettoniche europee si mischiano a palazzi in perfetto stile british.
Questa è una Delhi così diversa da quella dei vicoli smerdati, delle dhaba puzzolenti e dei bazar caotici. Mondi apparentemente lontanissimi, perché tutta questa distanza è soltanto una sorta di illusione. Del resto siamo in India.
L’India è come una vecchia casa dove, di tanto in tanto, qualcuno, mosso dalle ragioni più disparate, si prende la briga di dare una frettolosa mano di stucco per coprire gli aloni della muffa e i segni delle crepe alle pareti, ma spesso basta davvero poco, basta grattare un po’ lo stucco in superficie, per altro messo pure un po’ male, ed ecco che fa capolino la solita natura indiana.
E la cosa vale anche per New Delhi, il visionario progetto urbanistico di Edwin Lutyens, che  agli inizi del Novecento provò a celebrare la grandezza dell’Impero Britannico, il Raj, con boulevard a perdita d’occhio ed edifici imponenti, ma che la vera natura indiana ha cominciato ad insinuare, e così  le crepe affliggono  gli edifici maestosi come vene varicose,  l’asfalto dei boulevard fatica a contenere le radici dei banana e un esercito di senzatetto convive con l’esercito regolare, perennemente in assetto antisommossa.

26 Man Singh Road, Jaisalmer House, Nuova Delhi.
Al cancello di Jaisalmer House  mi si fa incontro una donna soldato. In un inglese onesto mi chiede il motivo della mia visita.
“Change visa.” e lei mi indica la porta di un ufficio in una palazzina bassa e di mattoni rossi alle sue spalle.
Entro. Uno stanzone coi muri dipinti d’azzurro, la pittura è intaccato dallo sporco e il tempo ha creato singolari sfumature lungo tutte le pareti. C’è puzza di umidità e profumo di cumino. Gli uffici ministeriali si fregiano di file di neon e la luce freddissima congela anche il tempo lì dentro. Quattro o cinque file di sedie di legno di fronte a due scrivanie, in realtà più  due cattedre da scuola che non due scrivanie.
Dietro le cattedre siedono due indiani.
Sulle sedie di legno, invece, ci sono sistemati scampoli di umanità diversa, del resto Jasailmer House è l’ufficio immigrazione indiano.
C’è una coppia di uomini dai tratti somatici tipicamente tibetani e altri due uomini che potrebbero essere pakistani o afghani, in  kurta pajama color cappuccino. C’è una monaca buddhista, probabilmente cambogiana, a giudicare dal larghissimo cappello di canapa intrecciata, che si è assopita.
Tutti aspettano, cercando come possono di ingannare il tempo, che dentro questa stanza sembra venire distillato, anziché scorrere.
Tutti aspettano un cenno da parte dei due indiani dietro le cattedre.
I due potrebbero tranquillamente passare per gemelli,  da quanto si assomigliano. Stessa camicia bianca a maniche corte,  stessa cravatta  nera sottile, stessi capelli impomatati, stessa targhetta laminata con inciso il nome appuntata al taschino della camicia.
Entrambi sulla cinquantina, anche se in India faccio fatica a indovinare l’età della gente. Entrambi intenti a farsi gli affari loro.
Resto in piedi per qualche lungo, interminabile istante, nessuno sembra registrare la mia presenza.
I due indiani sono i miei interlocutori. La questione è chiara.
Uno legge Times Of India – anzi, TOI – l’altro è al telefono cellulare e butta l’occhio su un altro quotidiano che tiene aperto davanti. Entrambi sono intenti a farsi gli affari loro e nessuno si degna di registrare la mia presenza.
Approccio le due cattedre, ma ancora niente.
“Excuse me…”
Finalmente l’impiegato di destra, quello che del  TOI, alza lo sguardo, mi inquadra e mi sorride.
“Yessir?!”
Gli spiego che vorrei convertire il mio visto da singolo a multiplo e mi aspetto una serie di domande. E invece non dice nulla. Abbassa la testa, prende una penna e un foglietto rosa e
e scribacchia un numero.
“Stanza 101, primo piano.”
Legge la mia perplessità e, prima di tornare al suo TOI, sgrana un rosario di indicazioni in quello che lui crede sia inglese. Ripete meccanicamente una fila di parole, una in particolare, apisitar. Capisco che intende dire upstair, solo perché ora indica col braccio verso l’alto.
Englian, o indlish, per i quali ognuno ha la sua personalissima pronuncia. 

Trovo la stanza. È al primo piano dell’edificio centrale. Un vialetto percorre tutto un giardino e affianca un porticato. Dalla porta semichiusa di un ufficio al piano terra, si scorge un uomo seduto al computer che gioca al solitario – tutto il mondo è paese, varia soltanto il versione installata.
Un ampio atrio e una rampa di scale. Una donna in sari viola e arancione è china, intenta a spazzare il pavimento con una scopetta di rami secchi tenuti insieme da della corda. In realtà tutto ciò che ottiene è semplicemente spostare la polvere da un posto ad un altro, ma tanto le hanno chiesto di fare e tanto lei fa. C’è una bimba seduta per terra che la osserva, ha addosso soltanto un cencio azzurro.
Si respira Raj.
Salgo lo scalone, due rampe, fino ad una porta di legno e vetri. Una targa in tre lingue, hindi, inglese e urdu, Ufficio Visti – Stanza 101. Non ci sono altre stanze.
Apro la porta e con sollievo scopro che dentro la stanza funziona l’aria condizionata. La stanza è ampia e c’è molta gente, dentro. Un po’ seduti, un po’ in piedi, aspettano e hanno tutti l’aria sofferta di chi è li dentro da molto, molto tempo.
Un’impiegata siede dietro un’altra cattedra, appena si entra, sulla sinistra.
Si danna perché chi entra non chiude la porta e tutte le volte indica un cartello scritto a mano in hindi che immagino dica di farlo.
Entro, ma non so bene cosa debba fare ora. Quella è la stanza che mi hanno indicato all’ingresso, bene, e ora!?
Mi guardo attorno spaesato.
Alla mia destra, la stanza si allunga in un corridoio con un lungo bancone vuoto, dietro il bancone alcune sedie che lasciano intendere che lì ci dovrebbero essere degli impiegati – i loro nomi sono incisi su targhette nere, dietro le sedie, inchiodate al muro.
Della gente siede di fronte al bancone e fissa il vuoto.
Di fronte a me la stanza si allarga. Una comune sala d’attesa. Altra gente sta seduta in file che si guardano. C’è un silenzio irreale, il silenzio di chi è lì dentro da tempo immemorabile e ormai ha esaurito il repertorio di conversazioni casuali al quale ci si appiglia in posti del genere.
Non so cosa fare. Approccio il bancone. Non c’è nessuno.
Mi dirigo dall’impiegata sulla sinistra. La donna non alza neppure lo sguardo. Prende due moduli in bianco e me li passa.
“Copy passport. Copy Visa. Two copy.”
Sì, ma dove. .
“Dansiter?”
Dansiter. Downstairs – Giù. E agita i due moduli per farmi capire che devo riempirli.
Li osservo: identici. I due moduli sono identici, ne riempio uno. E interpreto il cenno del capo della donna come un’esortazione a uscire, a scendere.
Mi precipito di sotto. Sono di nuovo nell’atrio e la donna che spazzava continua a spazzare.
Contro una parete, dentro una specie di scatolotto di metallo e plexiglass c’è un ragazzo. E’ l’ufficio che fa le fotocopie. Meno male, penso, sono fortunato, c’è soltanto una persona davanti a me e mi metto in coda.
L’uomo, un pakistano con barba colorata di henne, ha una borsa di plastica, tira fuori una decina di passaporti e di fogli, permessi e altro. Vuole una copia di tutto. Di tutto!
Provo a non perdere la pazienza. Diventa un esercizio quasi impossibile quando il ragazzo delle fotocopie e l’uomo con la barba colorata prendono a litigare.
I due non sono d’accordo sul numero di copie fatte, almeno credo.
Non dovrebbe essere difficile venirne a capo. Ma ne nasce un litigio sproporzionato.
Dopo più di dieci minuti faccio ritorno alla stanza 101, consegno le copie e il modulo all’impiegata che mi guarda perplessa, dice qualcosa in hindi e poi in inglese (!).
“Ada, ada,… ada.!”
Other. Other. Other.
Ripete soltanto una parola – O T H E R. Non capisco. Finalmente, ad un certo punto mi sventola sotto il naso una copia del modulo che mi aveva consegnato prima di scendere. Che stupido, vuole che compili entrambe le copie. Mi pareva inutile, erano identiche.
Lo faccio, compilo e consegno… e ora!? La donna pare ammutolita, nemmeno mi guarda più. Ha preso i miei moduli e li ha piazzati su una delle tre o quatto pile di scartoffie che ha davanti sulla cattedra. E ora?!
“Ora aspetti che chiamino il tuo nome.” – dice un tizio alle mie spalle, in inglese con un forte accento americano.
“Tu è molto che aspetti?”
“Due ore.”
“Ma che ordine seguono?!”
“Nessuno.”
“E chi chiama?”
Fa cenno con la testa e  indica il bancone lì sulla destra.
“Ma non c’è nessuno lì!” – osservo io
“Questo è un problema.” – dice l’americano, ma non sembra troppo preoccupato –  “Benvenuto in India fratello.” Già, welcome to India.
“Ma se non c’è nessuno chi chiama, e poi, in che ordine.” – mi sento uno stupido.
Osservo gli altri presenti e leggo rassegnazione sui loro volti, lo colgo solo ora quell’ombra che vela i loro sguardi e anche il silenzio irreale della stanza ora ha un senso preciso.
Dalle finestre di fronte si scorgono delle palme. Ha ripreso a piovere, tutto sommato penso che sia meglio starsene qui, piuttosto che là fuori, sotto il monsone. Mi rendo conto che sto cercando un buon motivo che mi faccia restare qua dentro.
Sulla parete alla mia sinistra c’è una grande targa con un elenco interminabile di nazioni, raggruppate secondo alcuni numeri. I numeri corrispondono ad altrettanti impiegati che dovrebbero sedersi al bancone – dico dovrebbero, perché il bancone è deserto.
Ad un tratto compare un uomo alle mie spalle. Ha il fare distinto, i vestiti un po’ consunti, ma dignitosi. Sguscia tra me e la porta alle mie spalle e si sistema dietro il bancone. Si chiama D.M. Singh, si siede in corrispondenza del numero 8. Il suo arrivo provoca agitazione. D.M. Singh e il suo fare da topo da biblioteca hanno acceso la miccia di questa stanza. Tutti i presenti si precipitano al bancone, fanno capannello, ora c’è confusione. Tutti urlano, tutti si agitano, si spintonano, cercano di attirare l’attenzione di Mr Singh.
Con un filo di voce, flebile come se in punto di morte, Mr. Singh comincia a chiamare.
Il primo nome non lo colgo. Nessuno lo coglie.
“Ha chiamato Mike Brown? Ha forse chiamato Mike Brown?” – dice un tale che esce ora dal bagno degli uomini tutto trafelato e con la camicia ancora fuori dai pantaloni
L’impiegato chiama un altro nome. E un altro ancora.
E un tizio, inglese mi sembrerebbe, si fa largo tra la siepe di gente che copre il bancone e Mr. Singh.
“Ma qual è l’ordine?” – domando ancora all’americano.
“Quello.” – e indica l’impiegata alla quale ho consegnato la mia pratica.
La osservo raccogliere le pile di richieste, le mette insieme a caso e le porta a D.M. Singh. Nel percorso le cadono, le raccoglie di nuovo. Ecco un nuovo ordine.
Me ne vado.

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