Una guida “intoccabile”

Pubblicato: ottobre 1, 2010 in Viaggi
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Finalmente oggi inizia il mio viaggio!  E’ così che mi sento.

Ho gettato alle spalle i timori e mi sono finalmente lasciato andare a quello che amo di più: fotografare e  andare alla deriva, lasciare che le gambe abbiano la meglio sulla testa e confondermi tra la gente del posto.
Oggi ho finalmente tirato fuori la mia Nikon e cominciato a registrare la vita di tutti i giorni.Il tentativo di trascrivere attraverso la luce quello che mi circonda.

E immediatamente mi sono ritrovato – e perso – in un mondo di colori, odori, suoni, rumori. Mi perdo nei mercati di Shahajanabad, la parte vecchia di Delhi.
Entro in un  bazar per generi alimentari, dalle parti della gurudwara sikh su Chandhni Chowk Road. Al bazar si accede attraverso una stretta porta di mattoni rossi dal tipico arco a sesto acuto, che caratterizza l’architettura moghul. Fuori sostano a decine, seduti per terra o sui carretti. C’è molta confusione sulla porta. Gente che entra, che esce, che si ferma ai banchi dei primi negozi. Gli odori si mescolano. Spezie, diesel, legno bruciato, piscio, incenso, muffa.
Mi decido ad entrare. Tiro fuori la macchina fotografica e entro. E’ un mondo fuori dal nostro tempo. Passata la porta, il bazar si allarga in una corte quadrata occupata da un numero imprecisato di negozi. Ci si muove a fatica, c’è gente ovunque. Mi guardo attorno e mi rendo conto di essere il solo straniero. Scatto qualche foto e subito mi sorprende l’affabilità della gente del posto, a dire il vero ne resto sorpreso. Si mettono in posa,  sorridono, scherzano tra di loro. C’è caos nel bazar, ma non frenesia. Sembra che la frenesia non trovi traduzione da questa parte del mondo.
Un ragazzo che vende spezie da grosse taniche di plastica mi dice che devo assolutamente salire sulla terrazza e guardare dall’alto. Faccio spallucce e sorrido. Lui insiste. Faccio no con la testa. Il ragazzo insiste. Questo sì che è un verbo che trova un’ampia traduzione in India e numerosissimi sinonimi.

La mia guida “intoccabile”

Mentre provo a difendermi dall’insistenza del ragazzino, un mendicante mi approccia. Mi tira per la manica. Non capisco cosa voglia. Non ha l’aria pericolosa, ma non sono tranquillo. Poi capisco: in cambio di qualche rupia, si offre di portarmi sulla terrazza che sta sul tetto. E il ragazzo delle spezie sottolinea la cosa con gesti e sorrisi.
“Terrace. Terrace.”, dice.
Contrattiamo il prezzo. Il mendicante spara cento, io dico cinquanta, ci accordiamo per settanta. Mi porta su.
Un harijan – quelli che un tempo erano gli intoccabili dalit, oggi si chiamano “figli di dio”, harijan, appunto. Scalzo e sporco si improvvisa improbabile guida e mi porta verso una ripida scaletta di pietra. Poco più di un cunicolo, puzzolente e buio. Una manciata di scalini scivolosi terminano in un ballatoio che si apre sul mercato.
La scena è speciale, sembra rubata al passato. Voglio riempire gli occhi, ma l’uomo mi fa segno di procedere, di salire. Ci sono ancora due piani.
Saliamo attraverso altre due rampe di scale maleodoranti e buie. E’ un labirinto, abitato da ombre e sagome che si ritraggono al nostro passaggio. Avverto voci soffocate, pianti di bambini, suoni attutiti. Il labirinto sopra il mercato vive, ma è una forma di vita che non mi si mostra. Sento presenze, ma restano tali, protette dal buio e dai muri.

In cima, finalmente.
Sono sul tetto piatto dell’edificio che contiene il mercato.
Potrebbe essere un palazzo di fine seicento. Ha una forma quadrata e una balaustra diroccata corre lungo tutto il perimetro.
Mi affaccio alla balaustra e mi godo la vista suprema.
C’è pace. Un pace intensa, qui sopra.
Il cielo di Delhi si sta colorando del rosso del tramonto, le cupole delle moschee e le torri dei minareti, in questa parte della città, superano le spire dei templi induisti.
Alle mie spalle troneggia Jama Masjid, la moschea del venerdì, e Lal Qila, il Forte Rosso di Shah Jahan e dei moghul del passato. Tre, quattro piani più sotto, le attività commerciali imbastiscono i loro orditi e sopra, soltanto nuvole color sabbia e cornacchie, ma soprattutto aquiloni.
A decine, a centinaia. Piccoli francobolli di libertà disegnano traiettorie imprevedibili,  volteggiano ancorati al mondo soltanto da un filo di spago. Non ho mai visto così tanti aquiloni, tutti assieme. Sono stupefatto.
L’harijan preme perché saldi il mio debito – sono certo che se non gli do i soldi prima, non mi mostrerà la via per scendere. Lo pago e mi godo attimi di immensa tranquillità.
Da questa fatiscente terrazza sopra un mercato, Delhi mostra la sua faccia migliore.
Quanto poco costa la felicità.

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