Davvero un rischio?!

Pubblicato: ottobre 12, 2010 in Viaggi
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In viaggio, la differenza di nasconde tutta nel fidarsi o nel non fidarsi. Non fidarsi risolve i problemi e situazioni potenzialmente insidiose. Fidarsi sposta i limiti, allarga le possibilità. Non so bene in base a che cosa un turista, un viaggiatore – non so ancora quale sia la differenza – decida o meno di fidarsi.
E la mia esperienza personale non è poi così vasta da poter fornire regole precise.
Ogni situazione è diversa dalla precedente e ci si affida all’istinto, che è tutto fuor che infallibili.
In viaggio esiste però una sorta di regola what goes around comes around.
Non so quale sia il giusto approccio, ho imparato però che se ci si mostra gentili, si mostrano gentili, quando si è curiosi, sono curiosi e, spesso, quando si è indisponenti, sono indisponenti.
Mi piace pensare che ci sia una sorta di teoria dello specchio che regola i nostri viaggi.
E’ come se le nostre esperienze siano mediamente il prodotto di quello che proiettiamo verso il mondo che attraversiamo. Non è sempre così, lo so, ma molto spesso sì.

 

Yussuf Ali, alla guida del suo tuk tuk

 

Ho conosciuto Yussuf Ali.
Yussuf Ali guida un tuk-tuk a Jaipur. Ha 24 anni, parla poco inglese e sorride molto. Sorride sempre Yussuf.
E’ gentile, piccolo di statura, di corporatura atletica, il sorriso candido e gli occhi neri e profondi. Non è aggressivo come il resto dei suoi colleghi che popolano il parcheggio di fronte alla stazione dei treni di Jaipur, nel Rajasthan.
Mi approccia in maniera gentile, cerca la conversazione.
“Hai piani?”
“Voglio andare in albergo. Sono stanco.”
“Se vuoi  torno dopo.”
Non capisco.
“Tra un’ora… o due ore… ti porto nella Pink City o al forte… o dove vuoi.”
Non ho niente da perdere. Ci mettiamo d’accordo sul prezzo e ci diamo appuntamento tra due ore. Cerco gli spiccioli per la corsa. Non ne ho.
“Puoi pagare dopo.” Yussuf Ali decide di fidarsi e per lui quelle 50 rupie fanno una certa differenza, ma Yussuf decide di fidarsi.
E dopo due ore precise è fuori dall’albergo ad aspettarmi col suo tuk-tuk.
Mi faccio scarrozzare per tutto il pomeriggio. La Città Rosa, il Forte. Yussuf mi porta di bazar in bazar. Mi aspetta quando scendo a fare fotografie e sorride,  sorride sempre Yussuf.  Verso le sei del pomeriggio siamo di nuovo di ritorno in albergo.
“Questa sera c’è una festa.” – dice in un inglese stentato.
Una festa!? Non credo di aver voglia di andarci. Yussuf insiste. Mi lascio convincere.
Alle sette Yussuf è di nuovo sotto il Sarang Palace Hotel e  mi aspetta. C’è un tale smilzo. Ho come la sensazione che stia per cacciarmi in un guaio. Si sistema sul tuk-tuk, sul sedile davanti, con Yussuf, mentre io mi siedo dietro. Giriamo per un po’. La sensazione di essermi cacciato in un guaio continua a crescere. Mentalmente cerco di capire dove stiamo andando, ma non voglio farmi notare, non voglio dare a vedere che non sono a mio agio – sono convinto che sarebbe anche peggio.
Cerco di fissare nella testa dei punti di riferimento, una moschea, una torre delle telecomunicazioni, un mall, ma dopo un po’ perdo l’orientamento. Potrei essere ovunque.
Poi Yussuf si ferma, riceve una telefonata. Cerco di capire cosa stia succedendo. C’è un cambio di programma. Siamo fermi davanti a una dhaba, c’è puzza di carne che marcisce e incenso che brucia.
Sono combattuto. Voglio andarmene, prima che sia troppo tardi, ma non riesco a sopraffare la vocina che ripete “ma dai, tranquillo, ti fai una birra e poi a nanna”. Di lì a poco arriva un amico di Yussuf. Venticinque anni circa, ben piazzato, con l’aria da bulletto. Il nuovo arrivato è vestito meglio di Yussuf e dello smilzo, si chiama Sham.
“Andiamo a farci un a birra, allora?” – dice appena arrivato e poi propone una festa. Ha una macchina, una Maruti un po’ ammaccata. Provo ad avanzare una scusa, abbozzo un no. Ma i tre insistono, lo fanno con gentilezza, ma insistono.
Mi guardo attorno. E’ sera, il traffico intasa una strada a due corsie.
Ma dove cazzo sono?
Fuori da una dhaba a Jaipur, nel Rajasthan, venti minuti dopo le otto. Queste sono le sole cose che so per certo, il resto è un grande – e forse pericoloso – salto nel buio.
Se resto, accetto. Se decido di non accettare l’invito di Sham, devo farlo ora e devo farlo con garbo.
“Andiamo, allora?” dice Sham.
“Ok.” – mi sento dire e salgo in macchina.
Perdiamo per strada l’amico smilzo di Yussuf. Lui guida il suo tuk-tuk di notte.

Di lì a poco mi ritrovo nella soffitta di un negozio di pietre preziose che si affaccia su un piccolo cortiletto buio e puzzolente nel cuore della Città Rosa.
Una stanzino rettangolare dal soffitto basso. Ci si può stare soltanto seduti, ci si muove a carponi. Ci sono due finestrelle rettangolari sulla parete opposte, sono lunghe e strette, e hanno sbarre orizzontali.
La sola via di uscita è la ripida scala di legno per la quale sono salito, penso.
Sono solo nella piccola soffitta, i miei nuovi amici – spero – sono andati a prendere delle birre. Un vecchio condizionatore butta dentro aria gelida. Un ventilatore la sparge nell’umido della soffitta. Sono nervoso. Non riesco a focalizzare un solo pensiero.
Sto facendo una cazzata… mi si stampa a caratteri chiari nel cervello.
Mi guardo in giro e non vedo via di uscita da questa piccolo soppalco.
La moquette rossa e spelacchiata ricopre il pavimento di legno, ci sono pagine di giornale e libri sparsi per tutto il pavimento.
Al centro della piccola stanza c’è un carrom – un gioco quadrato molto simile al biliardo, ma che si gioca con le dita. Mentre fisso il vuoto e mi ripeto di continuo la solita domanda – che cazzo ci ci faccio qui?!–  un ragazzo mai visto prima sale dalla scala.
Si chiama Raj, è il fratello di Sham, parla un inglese migliore di Sham. Raj non ha i tratti somatici tipici di un indiano – già ma poi quali sono? Sembra caraibico, ha la pelle scura, il naso piccolo e  gli occhi chiari, incredibilmente chiari. Raj ha lo squardo liquido.
Decido di fidarmi. Raj è gentile, mi parla della sua città, del suo lavoro.
“Lucidiamo e intagliamo pietre preziose. Arrivano da tutto il mondo e le esportiamo in Europa, soprattutto.”
Lavora nell’azienda di famiglia, la famiglia di Raj la possiede da oltre quattro generazioni.. Mi mette a mio agio Raj. Parla lento, sorride, non lascia trasparire la spocchia tipica degli indiani ricchi. Raj è molto discreto nel vestire e misurato nel parlare. Mi racconta che l’azienda di famiglia possiede due fabbriche poco fuori Jaipur e nelle due fabbriche ci lavorano quasi 400 persone.
Poi sale Maya, un terzo fratello. Maya invece, sin dalle prime battute, rivela immediatamente tutti i modi dell’indiano arricchito. E’ ossequioso oltre misura, ma lascia intendere che si sente superiore. Una sorta di venatura costante. Dietro quei modi mielosi, Maya nasconde qualcosa che non riesco a cogliere fino in fondo, ma che sento non piacermi. Com’è diverso Maya da Raj e da Sham. Com’è lontano il suo sorriso da quello di Yussuf, il mio amico che guida il tuk-tuk.
A proposito, dov’è Yussuf?
“Sotto.” – risponde con un’inutile sorriso Maya.
“E perché non sale con noi?”
Maya non risponde. Abbozza un altro sorriso e si accende una sigaretta.
Nel giro di qualche minuto la soffitta è popolata di gente – e non mi sento molto a mio agio, anche se faccio di tutto per non mostrarlo.
Ci sono Sham, Raj, Maya e un quarto loro amico Rishi. Seguito a palleggiare lo sguardo dalle piccole finestre alla scala che porta al piano di sotto.
Fumano, mi fanno domande, si mostrano cordiali, interessati. No, sono cordiali e sento che sto cominciando a lasciarmi alle spalle il disagio.
Godiamoci questa nuova esperienza.
Hanno portato sei o sette birre. Beviamo a canna. La birra è gelata e loro sono musulmani. Tutti tranne Rishi, che è hindu.
Ci metto poco a capirlo, sono ricchi, molto ricchi per lo standard indiano e piuttosto ricchi anche per quello del resto del mondo. Jaipur è la capitale mondiale per il taglio e la lavorazione delle pietre preziose. Le pietre arrivano da tutto il mondo. Dal Sudafrica i diamanti, dalla Turchia la malachite, dalla Birmania e dalla Tanzania i rubini, dall’Egitto gli smeraldi e l’ambra dai paesi baltici. Dall’India arrivano gli zaffiri.
Le pietre vengono pulite e tagliate a Jaipur e poi spedite in tutto il mondo, per i nomi più famosi della gioielleria internazionale.
“Quello che qui si compra a cinque, a casa tua, in Italia si comprerebbe a 18.” – dice fiero Maya.  Jaipur è naturalmente anche la capitale mondiale delle truffe legate alle pietre preziose e mi aspetto che primo o poi uno di questi amabili nuovi amici ricchi provi a gettare il suo amo. Cosa che non tarda ad accadere, ma nel frattempo mi godo la birra e la conversazione.
Rishi è quello che più mi è simpatico del gruppo.
Rishi è un ragazzo di ventiquattro anni, dalle orecchie enormi e gli occhi scuri che non stanno mai fermi. Rishi lavora per Raj, Maya e Sham e il fatto che ora sia qui a bere e a fumare con loro è un fatto piuttosto inusuale in India.
Sono tutti della stessa casta – brahmana, bramini – e forse questo semplifica le cose.
Colgo uno strano rapporto tra Rishi e gli altri tre, un rapporto che non emerge palese, ma che sottende a ogni gesto, ogni azione, ogni sguardo.
E’ un rapporto che mi infastidisce vagamente. Provo del disagio, tanto quanto sono certo Rishi provi sincera ammirazione per Raj, Sham, e Maya.
“Siamo come amici.” – dice ad un tratto. E quel come seguita a rimbalzarmi nella testa. Non sono amici, sono come amici – like friends, not friends but like it.
Una sfumatura, una precisazione quasi impercettibile, che ho colto sinceramente per caso, ma che non riesco ad ignorare.
E’ una sfumatura importante, fondamentale, sulla quale Rishi appoggia la sua incondizionata ammirazione per i tre fratelli che gli danno il lavoro, ma che lo accettano anche nella loro vita sociale.
Di tanto in tanto, con un piccolo gesto o una richiesta i tre gli ricordano che comunque lui sta sotto e loro stanno sopra. Lo mandano a prendere le birre per tutti, con un gesto carico di distante sufficienza; gli domandano di chiedere informazioni o gli passano sigarette da spegnere e altri pegni che Rishi – credo – è ben felice di pagare.
Io non posso capire.
Sono molte le cose che non posso e non potrò mai capire di questo enorme paese – unito nelle diversità, come recita il motto nazionale.
Unità. Quanto è davvero unita questa nazione? Quanto? La superficie, nelle sue discrepanze, pare davvero unita. Un puzzle che si incastra, magari a fatica, ma si incastra. Caste, religioni, fedi politiche, differenze economiche. Tutto pare incastrarsi in questa nazione così contrastata. Ma sotto, sotto la superficie si intuisce che tutta questa unità è soltanto una chimera, un’utopia. Sotto la superficie si muove un magma, sempre pronto a rompere  la superficie e a esplodere con violenza.
Maya e un quarto inquietante fratello maggiore, sbucato dal nulla, cercano di tirarmi dentro la solita truffa delle pietre preziose, ma non abbocco. Anzi ne esco in maniera risoluta e li guardo recitare la parte degli offesi, mentre, nel foyer di un albergo di lusso, provano a tirarmi dentro la solita truffa delle pietre preziose da spedire a casa.
Non abbocco. Mi riaccompagnano al tuk tuk di Yussuf, indignati e mi guardano con disprezzo. Non ho abboccato. Il loro tentativo macchia un po’ anche il resto della compagnia – salvo solo Yussuf.
Ed è proprio con Yussuf che decido di passare l’ultima mezza giornata nel Rajasthan. Giriamo per i bazar locali, giriamo tra i negozietti senza vetrine di quelli che stanno sotto e sempre più sento che sono quelli preferisco.
Parto da Jaipur con un fratello minore che non sapevo di avere.
“Firsht day you cushtomer. Shecond day you friend. Now big brother.” – dice Yussuf mentre pranziamo assieme nel ristorante del mio hotel, sotto lo sguardo incredulo del manager di turno.

 

Cameriere di un caffè nella città vecchia di Jaipur

 

Ci salutiamo, ci abbracciamo nel trafficato piazzale della stazione ferroviaria di Jaipur. Gli allungo un ultimo biglietto da 1000 rupie, per tutto quello che ha fatto per me in questi tre giorni. E’ il quarto biglietto in tutto.
La gioia oggi costa 4000 rupie – 60 euro, l’amicizia viene via gratis.

Ho un fratello minore che non sapevo di avere.

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