Moin e un paese disastrato

Pubblicato: ottobre 14, 2010 in Viaggi
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Ha la faccia del tagliagole.
Mi avvicina sul marciapiede della stazione. Quando prova ad aiutarmi col sacco lo allontano in malo modo. Molu non si scompone. Ha la camminata del bullo di quartiere, porta un paio di occhiali da sole scuri, nonostante siano le 10 di sera passate e attorno alla stazione sia buio pesto. Insiste. Non molla. Attacca deciso.
“Signore, ti porto dove vuoi. In fretta e a meno.”
“A meno di cosa.” – dico. Non mi piace, ha l’aria pericolosa. Devo liberarmene e subito.
“A meno di quello che vuoi. Sono bravo e veloce e non ti frego.”
Un manifesto chiaro! Mi chiamo Babbu. Ti porto dove vuoi a meno. – se questo non è uno  slogan?
Babbu. Non è il suo vero nome, il tagliagole si chiama Javed e ora si sfila gli occhiali. Lo fisso per un istante negli occhi e lo colgo abbassare lo sguardo.
“Ok. Allora… Babbu. Quanto vuoi per portarmi al Cantonment. All’hotel Grand?”
“Sir, tu hai stanza là?”
“Sì.”
“Ma molto costoso… se vuoi cambiare…”
“Hotel Grand. Quanto?”
“Centocinquanta.” – lo dice di getto, come per sbarazzarsene, poi colgo una vena di rimorso  “Lontano, molto lontano.” Ha inizio la contrattazione!
“In fretta e a meno, giusto?” Fa sì con la testa, il tagliagole.
“Cento.”
“Andiamo.”
Gli si illumina lo sguardo. Il tagliagole ha gli occhi di un ragazzino. Cento rupie è almeno cinquanta più di quanto avrei potuto pagare per quella corsa e lo so da me.
Prendiamo una strada che sale oltre la stazione e all’incrocio sale un uomo. Rimango spettatore perplesso in quella inaspettata sosta.
L’uomo pare disegnato. E’ magrissimo. Ha addosso una camicia beige che gli cade come se appesa ad un appendino. La pelle scura e gli occhi neri, due buchi profondi scavati dentro le orbite magre. Parla in inglese. Scandisce le parole, ha un accento molto forte, ma non fa errori. E’ attento quando parla, è preciso.
Baffetti curati e modi gentili, quell’uomo coglie il mio stupore, se non fosse che sono ad Agra, è notte e sono a bordo di un tuk tuk con due perfetti sconosciuti (!!).
“Nessun problema, signore, mi chiamo Moin e sono lo zio di Babbu. Il tuk tuk è mio, ma Babbu lo guida di sera, ci vede meglio.”
Guardo il ragazzo sbandare nel traffico, gli occhiali da sole calcati sul naso. Cosa cazzo vedrà mai?! Mi viene da ridere.
Nel buio delle strade della periferia di Agra, di Moin vedo soltanto l’immenso bianchissimo sorriso.
Moin sorride, sorride sempre. Parla l’inglese del Raj. Ricco di tutta quella retorica e quelle frasi di cortesia che erano la lingua nelle colonie di Sua Maestà Britannica a fine Ottocento.
C’è deferenza, nella scelta dei vocaboli, nel tono. Ma non c’è quell’inflessione melliflua e viscida, che propria di molti – troppi – indiani di oggi.
“Qual è il tuo buon nome, signore?” Dice proprio così, good name.
Mi presento.
“Ah, e come ti trovi nel nostro disastrato paese?”
“Per il momento bene. Grazie.”
“Ne sono lieto. Davvero, abbiamo così molto da offrire che sarebbe un peccato mortale non farlo nel giusto modo… figuriamoci non farlo per niente.”
E’ intrigante Moin, lo devo ammettere.  Una sorpresa totale.
“Il mio umile nome nella mia lingua significa aiuto e farò del mio modesto meglio per esserti di aiuto, Walter.” Moin ha già memorizzato il mio nome e lo fa scivolare alla fine della frase con estrema maestria e con un grazia inattesa, ma del tutto naturale. Lo appoggia, quasi per caso, sottolineandolo, però, in modo che non possa non coglierlo. Lo fa con un sorriso che pare illuminare l’interno del tuk tuk.
Moin ha classe. Sentirmi chiamare per nome mi spiazza.  Moin sa quello che fa e quello che fa è ben fatto. La sua conversazione è artificiosa, ma fluida. E’ suadente, Moin.
L’Hotel Grand sta nel Cantonment, la zona che un tempo era occupata dalle caserme dell’esercito di Sua Maestà. Ci mettiamo circa venti minuti.  A Moin ne sono bastati anche meno per vendere il suo servizio. Ci accordiamo. Domattina alle 11 mi aspetterà di fronte all’ingresso dell’albergo per portarmi a fare il biglietto per Varanasi.
“Walter, voglio farti conoscere il vero cuore di questo mio umile e povero mondo, se vuoi.”
Gli domando quanto mi costerà.
“Se tu sarai felice, Walter, io sarò felice e i soldi non saranno così importanti. Devo onorare il mio nome e il mio paese.”
Faccio per pagargli almeno la corsa.
“Non importa ora. Mi pagherai quanto credi sia giusto, alla fine. Se tu sei felice, io sono felice. Ora devi riposare, il viaggio è stato un po’ pesante, immagino. A domani, Walter.”
Non dico nulla.

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