Verso Varanasi

Pubblicato: ottobre 17, 2010 in Senza categoria
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In treno nella notte, verso Varanasi

Verso Varanasi.
Il treno parte in orario, e questo mi sorprende e non poco. Viaggio tutta la notte.
Moin, attraverso la sua rete allargata di conoscenze e connessioni, mi ha procurato un posto cuccetta – berth – in seconda classe, 2nd Class AC –two-tier, dove AC sta per air conditioning e two-tier sta per solo due cuccette a castello. Un piccolo privilegio, ne sono certo. Viaggiare in seconda e in uno scomparto con solo due cuccette a castello, in India, è un privilegio che vale, vale molto, soprattutto quando si cerca un posto simile a meno di dodici ore dalla partenza del treno e quando il viaggio non durerà meno di 12 ore.
Il Marudhar Express – treno 4864 – delle 9.l0 è straordinariamente in orario. Il Marudhar Express arriva da Jodhpur e passa per Jaipur, poi tocca Agra, per raggiungere finalmente Varanasi alle 8.10 del mattino dopo. Poi credo prosegua per Kolkata, in una corsa lunga un altro giorno.
E’atteso sul primo binario, dove una folla eterogenea lo aspetta.
Ci sono alcuni gruppi di turisti europei, spagnoli e un gruppo di australiani che si fa notare per il chiasso che riesce a fare. Qualche minuto prima delle 9 l’altoparlante comunica il cambio di binario: il Marudhar arriverà sul binario 2.
Cerco con lo sguardo un sottopassaggio che mi porti al binario 2, quando vedo un fiume di gente lasciare il marciapiede e attraversare i binari.
Non credo ai miei occhi, quello che sta accadendo ora non potrebbe aver luogo in nessuna altra parte del mondo.
Decine di persone di calano dal marciapiede, direttamente sui binari – il salto dal marciapiede è considerevole – e trascinano i loro bagagli verso il binario 2.
Scivolano, cadono, si tirano su, si spingono da sotto.
Non credo a quello che vedo. Ma questa è l’India.  Intere famiglie guadano i binari come se si trattasse di un fiume in piena. Cadono, scivolano, barcollano sotto il peso dei bagagli. C’è chi li trascina, chi li lancia a un parente, chi è indeciso su cosa sia meglio fare. I ragazzini corrono da un marciapiede all’altro – un gioco per loro. I turisti guardano divertiti la migrazione da un marciapiede all’altro, una sorta di breve esodo, e si accodano.
Faccio lo stesso. Titubante, mi calo dal marciapiede e barcollando per il peso del mio zaino, attraverso i binari e raggiungo il marciapiede di fronte.
E mentre cerco di issarmi sul marciapiede penso che ho portato troppa roba.

Sul treno c’è confusione, ma sinceramente mi aspettavo di peggio.Lo stretto corridoio che separa i compartimenti di destra da quelli di sinistra è illuminato da una luce verdognola che rende tutto stantio. C’è odore di chiuso e di spezie. L’aria condizionata è spenta e fa caldo.

La "ritirata" sul Marudhar Express

Trovo il mio posto quasi subito. La mia cuccetta è quella sopra. Mi guardo attorno, assicuro il sacco al posto di sotto con una catena e un lucchetto e mi arrampico al mio posto.
Ogni scompartimento ha quattro posti, due sotto e due sopra, una tendina blu sgualcita e piena di macchie divide il mio scompartimento da quello di fronte, oltre il corridoio.
Il treno è ancora fermo, passano con le coperte e le lenzuola. Poi passano a controllare le prenotazioni – il capotreno registra tutto su un grande libro ingiallito dalla copertina rigida, mi ricorda uno di quei registri che giravano in fureria alla Cecchignola.
Questo delle registrazioni è un rito che si ripete di continuo in India.
Ti registrano per qualsiasi cosa, sempre gli stessi libroni ad album.
Ti registrano all’arrivo all’immigrazione, ti registrano in hotel, all’ufficio prenotazioni delle stazioni, in treno, per prendere un tuk-tuk autorizzato fuori da certe stazioni, per entrare nel palazzo del marajah, per prenotare un volo aereo.
Di continuo, sempre sugli stessi libroni, dalle pagine con le orecchie e la carta ingiallita. Larghi rettangoli bordati di grigio, nei quali scrivere il proprio nome, il proprio cognome, la nazionalità, da quando si è in India, quando si pensa di lasciare il paese, dove si è diretti e l’indirizzo di casa.
Ma mi domando, a chi interessa tutto ciò? Ma ancora, chi mai leggerà quelle pagine? E poi, chi controllerà mai se sono diretto davvero a Varanasi o vado oltre, nel Bihar, o a Kolkata. Chi? Chi? Chi?
Domande che però di certo qui non si pongono, vista la serietà con la quali da quando sono arrivato a Delhi, mi porgono registri e penna. La stessa serietà del capotreno ora. Registro. Penna.
Per cui scrivo i miei dati e rispondo, ancora una volta, alle loro domande.
Poi passano a controllare i biglietti. E passa anche un drappello di militari, con tanto di fucili e pistole a tamburo.
Controllano tutti gli scomparti, con aria circospetta e severa, squadrano tutti nella luce fioca e verdognola dello scomparto. L’odore di spezie sale sempre di più. Nelle cuccette sotto la mia si è sistemato un uomo sulla sessantina, magro, ma dall’addome enorme e dilatato. Da una ventiquattrore ha tirato fuori un panino, è da lì che sale l’odore di spezie.
Tra poco si parte. Accendono l’aria condizionata e il convoglio piomba nel gelo. Spengono le luci del corridoio, e il convoglio piomba nel buio.
Si parte. Tra dodici ore, ora più ora meno, sarà Varanasi.

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