Il sogno di un bambino

Pubblicato: ottobre 19, 2010 in Viaggi
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Coppia in viaggio

Ho conosciuto Edward.
Ventidue anni, australiano di Melbourne. Edward fa l’attore di musical e si è preso quattro mesi sabbatici per fare una sorta del giro del mondo a tappe. Ogni tappa coincide con una città nella quale Edward ha un amico che lo può ospitare (!).
Solo in India si muove a caso, ma qui, in India, non servono grandi appoggi logistici per girare e con poche centinaia di euro si attraversa in treno il subcontinente da nord a sud o da est a ovest e la scelta del treno non è un ripiego, tutt’altro. Viaggiare in treno in India è  andare al cuore del Paese, mi ha detto un tizio col quale ho scambiato quattro chiacchiere ad Agra sul binario per Varanasi.

Edward mi sorride. Sorride sempre mentre parla. Ha il viso tondo e i tratti del bambino che non diventerà mai uomo fino in fondo. Sorride, parla a bassa voce. E’ a zonzo per l’India da una settimana, poi andrà in Israele  a casa di un amico pianista di piano bar, col quale si imbarcherà in una crociera per il Mediterraneo – il pianista ha un contratto per suonare e cantare la sera e Edward lo accompagnerà per tutto il tempo.
Poi sarà la volta dell’Italia, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.
I piani di Edward sono quelli di fermarsi a Londra e cercare un posto in una compagnia teatrale, poi si vedrà.
Ammetto di subire un po’ il fascino di questo pacifico esercito di vagabondi, giramondo
Ha modi cordiali ed è – giustamente – eccitato dalla scelta che ha fatto.
E’ salito su questo treno a Jodhpur, nel Rajasthan, e scenderà con me a Varanasi – 26 ore di viaggio, ma non pare che la cosa lo spaventi affatto.
Parliamo a lungo, di tutto. Parliamo di stili di vita, di costi della vita, di vite che si liberano del peso della routine, ma che poi tornano e trovano il giusto spazio in quella routine.
E’ piacevole, è leggero e intelligente, Edward non è banale e sorride, sorride molto.
Poi ci congediamo, per darci appuntamento domani mattina, a Varanasi.
Mi ritiro nella mia cuccetta. Nello scompartimento la luce è spenta e sotto di me dormono già, sento i loro respiri un po’ pesanti alternarsi ritmicamente.
Il treno procede sobbalzando. Brevi accelerazioni. Frenate. Strappi. Mi stendo abbracciando la borsa delle macchine fotografiche – non posso permettermi che me le rubino nella notte.
Chiudo gli occhi.
Da bambino avevo una fantasia, sognavo di fare un lungo viaggio verso oriente, in treno. Sognavo le cuccette, i rumori, vedevo con gli occhi della fantasia il treno che sbuffava e attraversava la notte, verso l’alba.
Mi stendevo nel mio divano letto, a casa di mia nonna, e sognavo ad occhi aperti, immaginavo di incontrare ufficiali di Sua Maesta Britannica, agenti segreti sotto copertura, principesse indiane, ladri gentiluomini, ricchi uomini d’affari  e altri personaggi che da sempre albergavano nella mia testa.
Immaginavo i paesaggi visti dal finestrino del treno nella luce del’alba, le pianure, le montagne, i laghi.
Eccomi qui, trentacinque anni dopo, allungato in una cuccetta, in un vagone di seconda classe, a viaggiare verso oriente. Forse un po’ meno comodo. Forse in un vagone più squallido, ma pur sempre in una cuccetta e verso oriente.

L’India è uno di quei luoghi al mondo dove i sogni di un bambino possono ancora avverarsi – più o meno intatti.
La certezza che si tratti di un sogno e che non rischi di trasformarsi in un incubo la fa il visto che ho sul mio passaporto – io da qui posso andarmene quando voglio.

 

Ho conosciuto Edward.

Ventidue anni, australiano di Melbourne. Edward fa l’attore di musical e si è preso fino alla fine di novembre per fare una sorta del giro del mondo a tappe, solo che le tappe coincidono con i posti dove Edward ha amici che lo posso ospitare.

Solo in India si muove a caso. Poi andrà in Israele  a casa di un amico pianista di piano bar, col quale si imbarcherà in una crociera per il Mediterraneo – il pianista ha un contratto per suonare e cantare la sera.

Poi sarà la volta dell’Italia, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.

I piadi di Edward sono quelli di fermarsi a Londra e cercare un posto in una compagnia teatrale.

Ha modi cordiali ed è – giustamente – eccitato dalla scelta che ha fatto.

E’ salito su questo treno a Jodhpur, nel Rajasthan, e scenderà con me a Varanasi – 26 ore di viaggio, ma non pare che la cosa lo spaventi affatto.

Parliamo a lungo, di tutto. Parliamo di stili di vita, di costi della vita, di vite che si liberano del peso della routine, ma che poi tornano e trovano il giusto spazio in quella routine.

E’ piacevole, è leggero e intelligente, Edward non è banale e sorride, sorride molto.

Poi ci congediamo, per darci appuntamento domani mattina, a Varanasi.

Mi ritiro nella mia cuccetta. Nello scompartimento la luce è spenta e sotto di me dormono già, sento i loro respiri un po’ pesanti alternarsi ritmicamente.

Il treno procede sobbalzando. Brevi accelerazioni. Frenate. Strappi.

Mi stendo abbracciando la borsa delle macchine fotografiche – non posso permettermi che me le rubino nella notte.

Chiudo gli occhi.

Da bambino avevo una fantasia, sognavo di fare un lungo viaggio verso oriente, in treno. Sognavo le cuccette, i rumori, il treno che sbuffava nella notte, verso l’alba.

Mi stendevo nel mio divano letto, a casa di mia nonna, e sognavo ad occhi aperti, immaginavo di incontrare ufficiali di Sua Maesta, agenti segreti sotto copertura, principesse indiane, ladri gentiluomini, ricchi uomini d’affari  e altri personaggi che da sempre albergavano nella mia testa.

Immaginavo i paesaggi visti dal finestrino del treno nella luce del’alba, le pienure, le montagne, i laghi.

Ed eccomi, trentacinque anni dopo, allungato in una cuccetta, in un vagone di seconda classe, a viaggiare verso oriente, forse un po’ meno comodo, forse in un vagone più squallido, ma pur sempre incuccetto e verso oriente.

L’India è uno di quei luoghi al mondo dove i sogni di un bambino possono ancora avverarsi – più o meno intatti.

La certezza che si tratti di un sogno e che non rischi di trasformarsi in un incubo la fa il visto sul mio passaporto – io da qui posso andarmene quando voglio.

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