Il Gange

Pubblicato: ottobre 21, 2010 in Viaggi
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Abluzione sacra - un'alba nel Gange

Il Gange. Il fiume sacro.
Torbido, oleoso, maleodorante, inquinato. Le acque marroni del Gange accolgono e inglobano tutto, tronchi, animali morti, foglie, salme cremate gettate al loro destino, scarichi chimici.
Acque putride.

L’alba sul fiume è uno spettacolo che un occidentale fatica a capire.
La piena del monsone, quest’anno, ha inghiottito almeno otto metri di riva e delle centinaia di ghat che si affacciano sul fiume, restano che pochi scalini. Ma i ghat sono vivi.
La gente si assiepa ovunque su quello che il fiume ha lasciato sgombro dalle acque. Risuonano i canti, le puja.
La gente si immerge nelle acque torbide del fiume.  Si immergono, pregano, nuotano, si lavano, offrono doni sotto forma di fiammelle accese su una foglia secca e manciate di fiori arancioni che affidano alla corrente. Le fiammelle rappresentano i loro sogni, i loro desideri e più lontano le porta la corrente, più facilmente si realizzeranno.

Padre e figlio nel fiume sacro - un'alba sul Gange

Si alza una leggera brezza da sud, mentre la luce calda del primo sole forza con dolcezza la coperta di nuvole sulla mia testa.
E’ una luce particolare. La mia barca scivola verso sud, cullata dalla corrente che questa mattina è blanda.
Il frusciare dei remi è confortante.
La luce del primo sole è radente e calda. Ampi fasci di luce solcano le acque del fiume e incontrano la città: Kashi, la città della luce, comincio a capirne il senso.
E’ una luce drammatica, decisa, illumina perentoria, ora buca le nubi.
Osservo i due barcaioli dirigere la mia barca verso un ghat. Non fanno sforzo, lasciano fare il lavoro alla corrente. Sono poco più di due ragazzini, in canottiera, manovrano i lunghi remi senza fatica. Al timone, a poppa, c’è un vecchio, che di tanto in tanto li rimbrotta.
La barca si muove lenta, trasportata dalla corrente. Ci avviciniamo al ghat.
Una donna sta intrecciando collane di fiori arancioni.
Un uomo prega immerso fino alle spalle nelle acque del fiume.
E’ bagnato dalla luce calda.
Sembra immerso nell’oro. Si porta più volte le mani giunte alla testa, si bagna il capo con l’acqua del fiume, poi si immerge completamente per qualche istante. C’è chi raccoglie un po’ d’acqua in un’ampolla, per portarla al tempio, c’è chi quell’acqua putrida e infestata la beve.

Alle nostre spalle, un corpo umano carbonizzato, ancora avvolto nel sudario bianco, va alla deriva.
Durante la cremazione ha perso la testa e galleggia gonfio a braccia a croce. Va alla deriva, senza meta, per diventare pasto di pesci e avvoltoi. L’odore è nauseabondo. Davanti a noi un vecchio, coperto soltanto da uno straccio bianco in vita, si immerge nelle stesse acque e beve. Nel Gange la morte galleggia al fianco della vita.
Non posso capire. Non capirò mai.

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