Vita e morte a Varanasi

Pubblicato: ottobre 24, 2010 in Viaggi
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Il ghat delle cremazioni a Varanasi

Maha Shmasham Puriil fuoco eterno, questo è il vero nome di Varanasi per molti indu.
La barca approccia il Manikarnika Ghat, il ghat delle cremazioni.
Sento che mi sto avvicinando.
L’odore acre dei corpi che bruciano infiamma le narici, sale. È una pugnalata al cervello. Mi sento male, sento la nausea salire. Poi realizzo che incomincio ad abituarmi e provo una sensazione scomoda. È la prima volta che la morte ha un odore così prepotente.
La barca risale il Gange controcorrente. I remi frusciano, infrangono piccole onde color fango, che a loro volta oppongono una resistenza quasi passiva.

Ci siamo: il Manikarnika Ghat. La pira brucia. Il fumo bianco si stempera nel cielo grigio del monsone.
Nubi marroni, minacciose e gonfie di pioggia acida, sono pronte a colpire, a scatenarsi da un momento all’altro, ma il fuoco non si fermerà, nemmeno oggi, nemmeno per la pioggia. Il fuoco brucia sempre al Manikarnika Ghat.
L’uomo ai remi rallenta il ritmo. La mia barca scivola lenta di fronte all’imponente ghat. Sento il crepitare della catasta che brucia e gli odori si mischiano.
In un inglese meno stentato di quanto mi aspettassi, l’uomo ai remi mi racconta una storia, che fatico a credere, ma che per questo,  so che è vera. Lo so!
C’è un edificio poco distante dal ghat, dice, e indica oltre il ghat. In quell’edificio ci sono radunati oltre cento, tra uomini e donne,che aspettano la morte. Appartengono a caste diverse, là dentro c’è radunata un’umanità diversa, accomunato soltanto da una cosa: l’estrema vicinanza alla morte. Molti di loro hanno attraversato l’India per raggiungere Varanasi e qui morire, induisti osservanti. Molti di loro hanno impegnato le ultime fortune terrene per intraprendere questo viaggio – il loro ultimo viaggio su questa terra in questa vita (!).
Vengono accuditi da un ristretto numero di volontari, che assicura loro un tozzo di pane, dell’acqua, qualche altro genere di conforto, recita preghiere e canta con loro. Dalle finestre di quell’edificio i morenti possono vedere la pira bruciare, molti di loro non hanno le forze per farlo, ma sanno che è lì ed è lì che vogliono andare, sentono le cataste ardere, le sentono crepitare, divorate della fiamme.
Fatico a comprendere,  va oltre la mia capacità, fa parte di quell’India che non capirò mai, ma che sento avere un ascendente forte su di me. Ascolto, osservo, cerco di farmi un’opinione e i miei limiti mi sono quanto mai chiari.

Ci vogliono fino a tre ore e più di 360 chili di legna per bruciare un corpo, mi hanno detto. I ricchi comprano legno di sandalo: brucia meglio e profuma. Il legno di sandalo costa 100 rupie al chilo – poco meno di 2 euro.
Spesso, però, le famiglie più povere non si possono permettere di acquistare abbastanza legna e i corpi non bruciano come dovrebbero, restano dei pezzi intatti sulla pira.
È lavoro per i dom, i responsabili delle pire. I dom si muovono esperti, imbracciano lunghi bastoni, con i quali rintuzzano i corpi sulla catasta che arde, li rigirano, li battono e riducono il tempo che serve a bruciarli completamente.

La mia barca supera lentamente il ghat,  il fumo è bianco e sale pesante. Ci sono barche con cataste di legno ormeggiate e un ordinato andirivieni. Regna un ameno silenzio. Solo il crepitiio del fuoco.
“Meglio rientrare” – dice il mio barcaiolo e indica le nubi in cielo che, minacciose, si stanno abbassando sopra di noi – “Non voglio bagnarmi.”

Vita e morte, a Varanasi.

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commenti
  1. Matteo Failla ha detto:

    Questo blog è veramente stupendo. Testi e foto lasciano traspirare pura passione. Bravo, veramente bravo.

  2. walter meregalli ha detto:

    Grazie Matteo, ma non esagerare… certo che detto da te! 🙂

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