Ohi ohi ohi, Bihar!

Pubblicato: ottobre 29, 2010 in Viaggi
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Ho conosciuto Adam.
Adam è un australiano di 58 anni, da poco in pensione. Alto due metri, i capelli bianchi, il fisico ancora possente e gli occhi che tradiscono un vago disagio. Ha un biglietto aereo aperto e mi dice che ha intenzione di stare da queste parti per i prossimi sei o sette mesi – intende in Asia, naturalmente!

“Ho lavorato e basta nella mia vita e ora, ti dirò, che sono in pensione… mi sento inutile.” – la parola inutile rimane come appesa a mezz’aria, ad un filo invisibile che conduce direttamente a quegli occhi e a quell’espressione di disagio. E’ la prima volta che nella vita Adam ha così tanto tempo e non sa cosa farci, mi confessa.
“Ho venduto le mie attività… posso permettermelo, posso viaggiare vedere posti, ma non so davvero da dove cominciare. Non è il tempo che mi manca e nemmeno sono è il denare..  è il senso. Non cerco nulla. Ho paura di non trovare nulla.”
Quelle parole un po’ mi spiazzano, ma ho la sensazione che Adam, invece, troverà molto.

Lascio Varanasi. Mi sposto in treno nel Bihar.
Di nuovo un treno. Di nuovo una tratta notturna. Il treno porta tre ore e un quarto di ritardo, che aumentano ogni volta alzo lo sguardo verso il tabellone degli annunci.
Mi sistemo in un angole del vasto atrio della stazione di Varanasi, mentre fuori il monsone ha ricominciato a frustare la città della luce.

C’è un detto in India: “Good, bad and Bihar.” – è come se il Bihar rappresentasse il peggio dell’India.
Staremo a vedere.
Il Bihar è un grande stato indiano al confine con il Nepal, una sterminata tavola  piatta di terra coltivata che ogni anno il monsone sommerge. Lo stato forse più povero ed arretrato di tutta l’India.
Verso Gaya e Bodh. Due tappe inutili nel mio viaggio in India.
Gaya altro non è che una povera cittadina nella campagna del Bihar, povera e sporca come altre, né più, né meno.
Con la sola fortuna, rispetto ad altri posti, di essere la stazione ferroviaria più vicina a Bodhgaya, il luogo dove la leggenda vuole che il Buddha abbia raggiunto l’iluminazione.
E questo fa della tetra cittadina una tappa obbligata. I pellegrini arrivano da ogni angolo della terra e sono quasi costretti a passare almeno una notte in questo buco nel niente.

Bodhgaya, invece, è una sorta di Disneyland religiosa e in perfetto stile indiano: decadente, stucchevole e decrepita. Bodhgaya non esiste! Non c’è un vero villaggio, non c’è una stazione, non c’è nulla, se non templi, tutti moderni e così lontani dai monasteri della tradizione, costruzioni che da lontano sembrano fatte di marzapane, tanto sono stucchevolmente colorate e perfette.

Il mio treno arriva a Gaya con cinque ore di ritardo. Manca poco a mezzanotte.
Non ho nessuna intenzione di passare la notte a Gaya e provo a recuperare un passaggio in taxi per Bodhgaya.
Ogni volta che informo il tassista della mia destinazione, vengo sommerso da scuse e lamentele. Nessuno vuole portarmi a Bodhgaya – sembra che tutti siano in combutta perché io spenda soldi qui a Gaya.
Alla fine trovo un tuk tuk. Dopo qualche minuto la polizia ci ferma, fucili spianati e puntati ad alteza uomo. Controllano i documenti del conducente come se si trattasse di un feroce terrosta, lo fanno scendere, lo strapazzano.
Quando il ragazzo recupera i suoi documenti, riparte a razzo. Sfrecciamo via, con la pattuglia di poliziotti che intenta un inseguimento. Ci corrono dietro urlando e agitando i fucili (!) per qualche decina di metri, poi desistono.
Checcazzo sta succedendo!

“Sono corrotti.”  – dice il ragazzo alla guida  – “Sono d’accordo con gli alberghi a Gaya, non vogliono che la gente vada a dormire a Bodhgaya.”
Penso di non aver afferrato, poi in realtà realizzo e registro l’espressione calma del tuk tuk walla, sembra dire “nessun problema, tutto normale”.
Dopo quaranta scomodi minuti, guidati spericolatamente nel buio  e nell’umidità della notte, arriviamo a Bodhgaya.

“Questa Bodhgaya.”
Mi sforzo, ma non vedo niente. Buio, attorno soltanto buio, sotto il quale presumo ci siano distese di campi e forse qualche abitazione.
Cerchiamo un albergo.
L’edificio è isolato, il portone sprangato, le finestre buie. Tutto chiuso. Un cane ulula in lontananza.
Che cazzo ci faccio qui?!
Suono ripetutamente quello che mi pare un campanello. Dopo qualche minuto mi apre un tale. Sembra scocciato, ci fa cenno di fare silenzio e dice qualcosa in hindi al mio tuk tuk walla.
I due indiani si lanciano in una conversazione che ha toni accesi, ma che si svolge in un bizzarro sottovoce, come se fossimo stati sorpresi in una sagrestia. La fine giunge inattesa. Il proprietario del tuk tuk si zittisce e mi chiede i soldi della corsa, è furente.
Il portiere dell’albergo mi chiede 1000 rupie per la notte, gliene offro 500 – che è comunque almeno il doppio di quanto sarebbe giusto pagare.

Pago l’estorsione  per passare la notte là e pianifico la fuga.
Domattina in tuk tuk fino a Gaya e poi un treno passeggeri per Patna. Da là Kolkata o chissà.

Sul Buddha… clicca qui
Sul Bihar… clicca qui

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