Settima Classe Locale: una questione di sopravvivenza

Pubblicato: novembre 1, 2010 in Viaggi
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In viaggio verso Patna - Treno locale 7a classe

Via da Patna!
Sono arrivato a Patna sulla spinta delle fuga da Bodhgaya. Ci sono arrivato nella pioggia battente di un monsone crudele, dopo quattro ore di treno passeggeri – la famigerata settima classe.
Lascio Patna nella stessa pioggia insistente, dopo due giorni inutili passati in un hotel a cinque stelle, senza personalità e senza attrattiva alcuna – ma il viaggio in treno e la notte passata a Bodhgaya dovevano essere pur ripagate in qualche modo.
Ha ragione il Times of India: Patna è una discarica umana.
Due cose ricorderò di questo posto insulso e fetido nel Bihar:

  • i dhobis che stendono i tappeti e le passerelle dei negozi e degli alberghi sul vialetto centrale del Gandhi Memorial Park, dopo averli sommariamente lavatiu
  • un meraviglioso uccello – a me sconosciuto – dalle piume cobalto e il becco di arancione vivo.

Arrivare a Patna è stata un’avventura.
Sedici rupie  – 30 centesimi di euro – per 92 chilometri di treno locale.  Quasi quattro ore di viaggio. Un’odissea segnata dal passaggio di venditori di banane, acqua, giornali, noccioline, lacci per scarpe, pakora e ombrelli.

Stipati in settima classe

Con l’aiuto di un ragazzotto sulla ventina trovo posto a sedere. I sedili sono di legno e non concedono nulla alla comodità. Sistemo lo zaino sulla rastrelliera porta bagagli e mi metto seduto. Ho il corridoio alla mia destra. Inizialmente trovo la scena piuttosto mite rispetto alle mie aspettative.
I passeggeri salgono, si siedono. C’è chi sistema i bagagli, chi cambia di posto, chi vaga per il corridoi, chi attacca futili conversazioni.
Il vagone è solcato da uno stretto corridoio, una fila di panche di legno a destra, una fila di panche di legno a sinistra.
Niente di così diverso dal un comune vagane di un qualsiasi treno pendolari italiano.
Dal soffitto pendono dei ventilatori.
Tiro fuori la macchina fotografica e faccio qualche scatto. Controllo le reazioni della gente, Sembrano divertiti, qualcuno è curioso e si allunga per cogliere il visore sul dorso della mia Nikon.

Verso Patna

Il convoglio si riempie. Dieci e trentacinque. Parte. Soli cinque minuti di ritardo. Qualche attivo di lenta corsa e siamo di nuovo fermi – una piccola stazione appena fuori Gaya. E’ l’inizio di una delirante commedia, che si tinge di drammatico surrealismo.  Salgono a ondate. Si lanciano sui pochi posti rimasti liberi. Trasportano di tutto, cibo, sacchi, valige. Non esitano ad usare la forza per guadagnare un posto meno precario.
Intanto il treno avanza a strappi. Brevi singhiozzi di strada ferrata.
Ad ogni fermata il treno ingloba di continuo gente. Viaggio all’interno di un mostro di ferro arrugginito che si nutre di pendolari. Salgono a fiotti, lottano per spingersi più all’interno possibile. Dopo tre fermate non c’è nemmeno un posto libero nel vagone e il corridoio è terra di conquista.

Ad ogni fermata salgono venditori di ogni sorta. Lottano per avanzare. Sgomitano, si sbracciano, urlano. Noccioline, samosa, pakora, giornali, mele, banane, cocco, fumetti, accendini, patate, acqua. Vendono di tutto. Portano il loro negozio ambulante all’interno di ceste e secchi, che caricano con fatica sulla testa. Attraversano il treno da cima a fondo, in un viaggio che sa di epico e che è molto fisico. Anche questo è un modo di guadagnarsi da vivere.
Il loro flusso è ininterrotto. Urlano fastidiosi per attirare l’attenzione dei passeggeri.
Nel frattempo il vagone si è trasformato in una scatoletta di sardine.
Sette, otto persone si stipano  su panche pensate e posate per sostenerne quattro.
Dalle porte aperte penzolano passeggeri, come funamboli, mentre il convoglio avanza stanco verso la prossima fermata. Lotto per una manciata di centimetri di comodità contro un tale di lingua hurdu. E’ madido di sudore e sento, con disgusto, la manica della sua camicia appiccicarsi al mio braccio. Ma non esiste via di scampo.
L’hurdu si sta addormentando e il suo corpo incombe fastidioso. Lo allontano con una spallata risoluta.
L’hurdu ciondola per qualche istante, ma è costretto dal passeggero alla sua destra. Si sporge in avanti, gli rubano immediatamente lo spazio alle sue spalle.
E’ una questione che ha a che fare con la sopravvivenza.
Ora c’è gente letteralmente ovunque. C’è grande confusione. Scoppia una lite. Una donna blocca l’uscita ad un tizio più largo che alto. I due si spintonano. La donna inveisce. Il ciccione impreca. La gente s’infiamma. Il treno sta per ripartire e al ciccione non resta che guadagnarsi la via d’uscita a spallate. Spinge e impreca. Spinge, spinge. Si libera della donna, che finisce schiacciata contro lo sterno di un passeggero alle sue spalle.

Il treno tentenna, sta per ripartire. Il ciccione si sente evidentemente in trappola. Dà un’ultima spinta, ci mette tutta la forza che riesce a trovare. E’ fuori. La gente lo insulta. Restituisce un’occhiata carica di rabbia. E’ madido, stremato. Guarda il convoglio riprendere la marcia.
E’ una questione di sopravvivenza.

Ora c’è gente letteralmente ovunque. C’è grande confusione. Scoppia una lite. Una donna blocca l’uscita ad un tizio più largo che alto. I due si spintonano. La donna inveisce. Il ciccione impreca. La gente s’infiamma. Il treno sta per ripartire e al ciccione non resta che guadagnarsi la via d’uscita a spallate. Spinge e impreca. Spinge, spinge. Si libera della donna, che finisce schiacciata contro lo sterno di un passeggero alle sue spalle.

Il treno tentenna, sta per ripartire. Il ciccione si sente evidentemente in trappola. Dà un’ultima spinta, ci mette tutta la forza che riesce a trovare. E’ fuori. La gente lo insulta. Restituisce un’occhiata carica di rabbia. E’ madido, stremato. Guarda il convoglio riprendere la marcia.

E’ una questione di sopravvivenza.
Non c’è uno spazio libero. Sulle panche, tra le panche, nel corridoio, aggrappati alla parete, appesi ai sostegni, nei vani di fronte alle porte. Nonostante le decine di ventilatori che pendono dal soffitto, l’aria è satura, irrespirabile.
Poi Patna si avvicina e sento montare la tensione generale.
La rissa dentro il vagone si scatena quando il treno entra in stazione.
Chi spinge per uscire, chi per recuperare i propri bagagli, chi per raggiungere la moglie, chi il marito, o i figli. E poi premono da fuori. Il miraggio di un posto a sedere. Sono incastrato. Non riesco a muovermi in nessuna direzione. Il mio zaino è voluminoso e pesante, non riesco a caricarmelo in spalla. La gente mi immobilizza e la borsa delle macchine fotografiche non mi fa girare.
E’ una lotta, violenta, fatta di spinte, di ginocchiate, spallate.
Provo a defilarmi, ma vedo l’uscita allontanarsi.  Sono preda delle spinte degli altri. Ondate contrarie. Da fuori la gente prova a forza il fronte di quelli che voglio scendere e si lanciano alla volta dei pochi posti liberi. Si lanciano, letteralmente. Atterrano sugli schienali delle panche. Usano pugni e calci per assicurarsi un posto. Urlano. Tutti urlano.
Sono attimi di pura follia. Prendo colpi ovunque. Le urla salgono, le spinte si fanno possenti.
Una carica alle mie spalle mi spinge verso l’uscita. Lo zaino si incastra in qualche cosa. Un gigantesco sikh spinge come un toro. Ci sposta verso l’uscita. Non posso che assecondare la spinta.
Quando mi decido di prendere parte a quella follia collettiva, mi rendo conto che tutti spingono tutti. Sono preoccupato per le mie Nikon. Sento l’ansia di non riuscire a scendere che sale. Spingo, spingo, spingo e strattono, con tutta la forza che ho. L’ansia si trasforma in furia. Spingo e scalcio e guadagno la via dell’uscita.
Scendo urlando. Sono fuori. Fuori!
E’ una questione di sopravvivenza

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