Ed è di nuovo Delhi!

Pubblicato: novembre 3, 2010 in Viaggi
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Sotto il Desh Bandhu Gupta

Di nuovo Delhi.
Sono sorpreso di provare una mite felicità per essere di nuovo qui. Pensare che odiavo questa città…
Dopo il traffico anarchico di Agra e Varanasi, le strade di Delhi mi appaiono quasi ordinate.
Avverto un’innaturale tranquillità. Come se avessi cominciato a metabolizzare lentamente l’India e la sua genetica confusione.
Di notte la zona attorno alla stazone di New Delhi si trasforma in uno spettacolo che sta a metà strada tra il lunare e un film dell’orrore.
Qutab Road è un lungo vialone a quattro corsie che va a scomparire sotto il ponte di Desh Bandu Gupta, oltre la stazione.
L’illuminazione è precaria, i marciapiedi sono abitati da piccoli gruppetti che si accucciano attorno alla fiamma di un fuoco. Non è per il freddo che lo fanno, non fa freddo. Fumano eroina.
Cerco di darmi un contegno, ma sento di faticare a pantenere un passo rilassato, sento le gambe che cercano di accelerare.

Senzatetto sotto il ponte di Desh Bandhu

Alzo lo sguardo. L’orizzonte è delimitato dalla sagoma squadrata del cavalcavia di Desh Bandu Gupta. Le arcate del ponte sono avvolte da una pesante coltre marrone.  E’ saltata l’illuminazione stradale e la sola luce arriva da oltre il cavalcavia. Di tanto in tanto i fari di un autobus o di un camion sferzano la coltre. Buchi di luce abbagliante.
La scena non è invitante. I marciapiedi sotto le arcate brulicano di piccoli gruppi. Uomini e donne e mischiati tra di loro qualche bambino. Fumano tutti eroina. Scaldano pipe di vetro o rudimentali chilum fatti da carta stagnola. Fumano e stramazzano sul cemento del marciapiede. Si vomitano addosso.
Sotto il ponte della Desh Bandhur sento salire la paura.
Sono a decine, vedo i loro volti rischiarati dai fuochi. C’è odore di gomma che brucia. La polvere mi entra negli occhi e in bocca. Tengo lo sguardo basso, gli occhi strisciano sull’asfalto sporco. Lo sporco è tutt’attorno. Prendo coraggio e mi infilo sotto il cavalcavia, ormai sono in mezzo a questi disperati  fatti di eroina.
Sacchi di immondizia gettata sul marciapiede. Quando passo l’immondizia alza la testa, vedo i loro sguardi vuoti cercare un segnale, orbite scavate e occhi di sbarrati. Gesti rallentati.  Passo tra di loro. Odore di sudore e piscio, legno bruciato e polvere. Un camion alza la polvere.  Per qualche istante tutto è avvolto da una nube puzzolente. Si vedono solo due larghi fari tondi fendere il buio. Sento le voci alzarsi dall’immondizia. Suoni incomprensibili. Mi sento a disagio. Non so se sia paura, non ne ho la certezza. So soltanto che mi sento a disagio lì sotto. La nube di polvere si sta posando. Scoppia una rissa poco oltre. Due o tre uomini si azzuffano. Uno sferra un pugno stanco, che va a vuoto, poi cade esausto. Rantola. Un altro gli allunga un calcio. Poi tutto si seda come per miracolo. Le urla che erano montate in meno di un istante si quietano e il silenzio e il buio hanno il sopravvento.

Il cavalcavia di Desh Bandur è un mondo lontano dal mondo. Non è paura quella che provo, è disagio.
Allungo il passo e mi lascio alle spalle i disperati di Desh Bandur. Esco dalla nube di polvere marrone, esco dall’ombra scura del ponte, cammino lungo Qutab Road, i negozianti stanno abbassando le serrande, spengono le luci al neon, i tuk tuk walla si ritirano nei loro tuk tuk parcheggiati ai lati della strada. Il traffico è lento, meno caotico del solito.
C’è puzza di gomma bruciata.

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