Sami e “quelli del ponte”

Pubblicato: novembre 11, 2010 in Viaggi
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Un'intera comunità sotto un ponte

Mi alzo all’alba, ancora una volta.
Ho appuntamento con Sami al cancello 3 di Jama Masjid – la moschea del venerdì.

Ho conosciuto Sami ieri, a Shahjanabad. Mentre mi riposavo per un momento.
Lui sedeva sul suo rickshaw. Mi ha approcciato con garbo, parlando un inglese pulito.
E’ un vecchio minuto, davvero piccolo, con la pelle scura e i pochi capelli tinti di henne.
E’ a caccia di turisti, lui vive di turisti.
Rompe il ghiaccio immediatamente, ma lo fa con garbo e in inglese mi domanda se ho voglia di seguirlo dentro il tempio jainista, lì alla fine della stradina. Ha un volto singolare. Gli chiedo se vuole posare per una foto e Sami fa sì con la testa, sorridendo. Dopo qualche scatto cominciamo a parlare.

“What look for sir?”
Gli dico che mi interessa la gente, la gente del posto, aggiungo.
“Poor, many poor people.”
Gli chiedo se ha mai sentito parlare di un cimitero dove la gente vive dentro le tombe dalle parti di Lothian Road, dalle parti di Kashmiri Gate, una vecchia porta che è ormai parcheggio per i camion diretti a nord e incasinata fermata del metrò di Delhi.
“Sure.” – dice lui e si offre di accompagnarmi.
Ci accordiamo sul luogo e sull’ora dell’appuntamento: Jama Masjid, cancello 3, per le otto del mattino dopo, anche se non credo che Sami abbia davvero capito cosa sto cercando.

Il nagar attorno alla moschea è ancora addormentato. I negozi sono ancora chiusi, le serrande abbassate e la gente – quasi tutta di lingua urdu – ancora non si è riversata in strada. Sento sguardi curiosi seguirmi da dietro le tende tirate. Presenze invisibili.
Le viuzze attorno alla moschea sono sgombre e c’è silenzio. C’è una vaga aria di pace che prelude al caos.
Mi siedo sul marciapiede davanti al cancello 3 e aspetto Sami.
Non so se il vecchio verrà all’appuntamento, ma ho la sensazione che lo farà.
Eccolo arrivare, dieci alle otto.
Arranca sui pedali del suo rickshaw. Accelera e lo vedo barcollare, oscilla. Ora è sui pedali, magro e minuto, è a qualche centinaio di metri. Fa un cenno con il braccio e accende un sorriso immenso. Rispondo al saluto ed eccolo qui, davanti a me. Sami ha mantenuto la sua promessa.
Mi alzo da terra. Sami mi tende la mano. Sorride, è madido di sudore, trema. Si scusa. Faccio fatica a farlo smettere.
“Sorry, I am deeply sorry sahib, sorry indeed.” – sembra poter proseguire in eterno.
“Don’t worry my friend. It’s ok” – taglio corto e Monto sul rickshaw. Partiamo. Già, partiamo… e per dove?! Non so cosa aspettarmi.
L’inizio non è incoraggiante. Passiamo dietro il tempio di Hanuman. Sami tenta di farmi da cicerone, ma o pedala o parla. Sceglie la prima. Superiamo lentamente uno spiazzo di cemento cintato da inferriate verdi. Nello spiazzo, accovacciati a gruppetti, un centinaio di uomini  aspetta la propria razione di cibo – un tozzo di pane e del curry di patate. Non noto nessuna donna. Non c’è nessuna donna. Siedono e aspettano. Passandogli accanto, dalla strada, colgo conversazioni incomprensibili e casuali, portate sottovoce. Aspettano.
Poi ecco il cibo! Chowkhiddar in uniforme trasportano grossi pentoloni ammaccati di alluminio e li sistemano al centro dello spiazzo.
Un momento di sospensione, poi gli  uomini si scatenano come lupi rabbiosi. Assediano, ringhiano, si spintonano. Un chowkhiddar brandisce il suo bastone, lo abbatte sulle schiene di chi cerca di avvicinarsi troppo al cibo. Li tiene a bada con violenza. E così fanno gli altri suo colleghi.  Violenza contro la violenza. Sento il legno dei bastoni picchiare le schiene, le braccia. Fa un rumore sordo, cupo. Le urla si alzano. La tensione è alta e l’ordine è mantenuto a fatica.
Voglio fermarmi, scendere. Voglio fare qualche foto. Sami non transige, scuote la testa e  dice che è pericoloso. Tira dritto.
Prendiamo la via di un lungo ponte di ferro rosso sullo Yamuna.

Un’agonia interminabile. Il ritmo della pedalata di Sami è lento e su quelle strade enormi sembra che non ci si muova affatto.
Oltre il fiume, a est, si apre una distesa senza fine di case basse e catapecchie. Dall’alto del ponte le migliaia di case appaiono come un blocco unico. Pare impossibile che ci siano strade e stradine là in mezzo. Un unico immenso blocco di cemento bianco.
Ci addentriamo nel blocco.
“Sir no photo here.” – mi ammonisce Sami, è la seconda volta e comincio a spazientirmi. Ma Sami ha ragione, ancora.
Sento addosso gli sguardi della gente, appesantiscono la corsa del nostro rickshaw, disegnano con disprezzo palpabile i contorni del mio volto. Sento i loro sguardi e me li sento ghiacciare addosso.
Non sono gradito.
Sami pedala con grande fatica. La strada è in salita e sconnessa, cerca di evitare le buche e i sassi. E’ stremato.
Non so dove siamo e non so perché mi trovo qui.
Un lungo viale, ampio nasce dal nulla, gira verso le zone più sicure della città alle nostre spalle.
Non posso fotografare! E’ pericoloso!
La lentezza della corsa mi sta dilaniando. Che cazzo ci faccio qui?
Il viale si trasforma in ponte, un ponte interminabile e largo otto corsie. Il traffico sul ponte cresce, torniamo ad incontrare automobili, che superano carri tirati da buoi, rickshaw e motoretto.
Due ali di povera gente si stipano a ridosso dei guardrail. Chi buttato a terra, chi in piedi, chi seduto a fissare il passaggio. Sguardi senza occhi, senza fuoco. Fantasmi immobili, sospesi. Non credo neppure che si accorgano di me. Come potrebbero, dovrebbero prima di tutto accorgersi di loro stessi. Vorrei essere capace di provare pietà, ma mentre li passo lentamente in rassegna avverto solo distacco e un’insopportabile indifferenza. Non mi piace. Non mi piace.

Ad un tratto Sami prende una stradina sterrata in discesa, lascia il ponte sulla destra e inforchiamo una discesa. Poi ferma il suo rickshaw e mi dice, “wanna take photo now?” Non capisco.
Vedo solo il lungo ponte di cemento armato che abbiamo appena lasciato e le acque di fango del fiume.
Sami fa un cenno, sgambetta lesto. Lo segue verso la scarpata, verso il fiume. Il vecchio indica il ponte, ora.
Oltre la scarpata, sotto il lungo ponte, si allarga un villaggio di tende, capanne e casupole.
“Come sir, I live here.My house there” – e seguo Sami nel girone dantesco che è la sua comunità, là, sotto il ponte.
Il sud del mondo.
Incontro solo sorrisi. Mi offrono del tè, un pezzo di chapati, delle liquirizie dell’Haribo, dell’acqua, presa direttamente dal fiume – la sola cosa che rifiuto.
Posano di fronte alle loro sventurate catapecchie, gonfiano il petto e sfoderano lo sguardo fiero, quello delle grandi occasioni.
Hanno la dignità e l’orgoglio di quelli che stanno sotto.
I ragazzini mi accerchiano, giocano, ridono, saltano come molle, mi tirano per le braccia, vogliono vedere come vengono in foto. Le donne sorridono, si coprono la testa con i sari e ridacchiano stridule e civettuole.
Gli uomini fanno lievitare l’orgoglio dalla pancia allo sguardo e posano per me. Fissando l’obiettivo seri, orgogliosi di potermi accogliere a casa loro. E’ toccante.
C’è sporco, fumo, puzza, ma io sento ospitalità.

Sotto il ponte come nel giardino di casa

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