Chi è Sami, il tuk tuk wallah

Pubblicato: novembre 17, 2010 in Viaggi
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Sami, il tuk tuk wallah

Sami ha sessant’anni, è nato a Biphar, nel Bihar settentrionale, a pochi chilometri dal confine indo-nepalese.
Si guadagna da vivere portando in giro i turisti sul suo rickshaw, che affitta per 50 rupie al giorno.
“Ci sono giorni che faccio 300 rupie in tutto, e giorni che faccio 1000 rupie, a volte anche 2000. Io parlo inglese e i turisti sono contenti.”
Tutti i giorni Sami si alza alle sei e tutti i giorni porta il suo rickshaw oltre lo Yamuna River, al cancello 3 della moschea. Lì aspetta i clienti – inshallah. Lo fa da 18 anni.

Da sei anni Sami vive sotto il ponte sullo Yamuna, in uno slum non autorizzato alla periferia est di Delhi, dove il futuro non è ancora arrivato e il passato è lontano, lontanissimo.
La vita sotto il ponte è provante, oltre ogni immaginazione.
Sami ha dodici figli, ma sei sono morti e mentre lo dice sorride e indica il cielo.
Sua moglie e tre dei suoi figli vivono con lui.
“Sono il solo che lavoro, mio figlio ha 18 anni e ha un bambino di due. Lui pensa solo al cricket, solo al cricket.”
Il sogno di Sami è comprarsi un tuk tuk tutto suo.
“… ma serve 1 lakh, 1 lakh e mezzo!”  – 150 mila rupie, 2400 euro
Per ora si accontenterebbe di comprarsi un rickshaw, per 13, 14 mila rupie. Sami se lo farebbe bastare, anche se significherebbe portare la sua vita tutta sulle gambe, ancora.


Beviamo del tè e noto che gli tremano le mani.
Sami se ne accorge, abbassa lo sguardo, è in imbarazzo. Io provo a stiracchiare un sorriso e guardo oltre, oltre il banco della piccola dhaba nella quale siamo seduti, dalle parti di Kashmiri Gate.
“La sera bevo un po’ di vino. Altrimenti il giorno dopo non riesco a lavorare. E’ un lavoro duro. A volte torno a casa alle 9, dopo essere stato fuori per tutto il giorno e in tasca ho poco più di 300 rupie.” – mi guarda dritto negli occhi e ora sono io che non posso fare a meno di abbassare lo sguardo.

Gli compro anche qualcosa da mangiare, assieme al tè.
Mi lascia comprare del pane e del curry di patate. Non vuole altro, anche se intuisco che Sami ha fame, non mi lascia comprare altro, nonostante insista.

I suoi occhi scintillano mentre chiacchieriamo.
Ascolto Sami raccontare la vita sotto il ponte, nello slum che si sono costruiti abusivamente.
La comunità è alla mercé delle piene del fiume in estate ed esposta ai rigori del freddo, in inverno.
Non c’è fogna, non c’è elettricità, non c’è acqua corrente. Le malattie lambiscono costantemente la vita sotto il ponte di Sami.
Ieri hanno scovato un cobra sotto uno charpoi. Per un attimo un vecchio non ci lasciava le penne, oggi i ragazzini lo esibivano come un trofeo di caccia.

Penso a quelle casupole assiepate contro i piloni del ponte, a quelle capanne a ridosso delle acque fangose del fiume. Penso a Sami e allo sguardo che ha negli occhi quando dice “casa”.
Quando saluto Sami per l’ultima volta gli allungo 3000 rupie – poca roba, ma il rickshaw nuovo è un poco più vicino.

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