I galli e la paura

Pubblicato: novembre 25, 2010 in Viaggi
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Night shelter nel centro di Delhi

Per la prima volta mi sono davvero sentito in pericolo e per la prima volta ho sul serio pensato che sarebbe finita male.

Ho appuntamento alle 7 e mezzo nell’atrio dell’Ajanta Hotel con Yogandher.
Yogandher lavora alla reception e ha promesso di accompagnarmi al combattimento dei galli e dei piccioni.
Da qualche giorno ero entrato in fissa con questa storia dei galli e dei piccioni, ho chiesto un po’ in giro e più la gente evitava di darmi una risposta convincente e più la cosa – sciocca di per sè – si ammantava di mistero e mi incuriosiva oltre modo.
Alla fine ho saputo quanto cercavo:  i combattimenti si tengono la domenica, in uno spiazzo sterrato alle spalle di Jama Masjid, la moschea del venerdì. Yogandher si addirittura offerto per accompagnarmi!
Ci andiamo in moto. Non c’è traffico questa mattina. E’ domenica e le strade di Delhi sembrano disertate a quest’ora. Percorriamo una decina di minuti di strade e stradine che cominciano ad essermi famigliari.
Il quartiere che attraversiamo è tutto musulmano.

“Una coppia di italiani, ieri, molto stupida.” – dice Yogandher mentre guida la sua Honda. Si gira di continuo per parlare e la moto zigzaga pericolosamente.
“Perché stupidi?” – gli domando.
“Gli ho offerto una camera migliore allo stesso prezzo della loro. Solo perché vuota, ma loro hanno rifiutato, anzi, si sono arrabbiati e se ne sono andati! Stupidi!
Scuote la testa, siamo entrambi senza casco.
“Stupidissimi! – insiste Yogandher.

Ho sentito il dovere di giustificare i due. Ho spiegato a Yogandher che un po’ è anche colpa di tutti quelle guide turistiche, che dedicano pagine e pagine alle truffe di Delhi.  I turisti che arrivano in India per la prima volta sono travolti dai modi del subcontinente e che blah, blah, blah, blah…
“Pensano che Indiani tutti ladri, tutto cattivo.”
Ho provato a convincerlo. Gli ho detto, “guarda, guarda me, io mi fido, non di tutti, ma mi fido, vedi?!”
“Sissignore, certo…”
Abbiamo preso una strada larga, a quattro corsie. Yogandher guida senza fretta e parla.
Mi cade l’occhio sul marciapiede che corre alla nostra sinistra.
Ci sono uomini che sembrano aspettare, ai loro piedi hanno sistemato teli e tappeti e sopra hanno appoggiato della mercanzia varia. C’è di tutto. Pare un mercatino improvvisato, chincaglierie, oggetti vari. Passando in moto, mi sembra di riconoscere dei cappelli e delle scarpe, scorgo delle borse. Non capisco.
“Quello Chog Market, signore.” – dice Yogandher.
“Quello è Chog Market, vendono le cose che rubano ai turisti qui.”
Ah! Alla faccia della fiducia.

Risveglio nel campo di accoglienza

Yogandher ferma la sua Honda 125 lungo un viale, non distante da Lal Qilal. Mi fa segno di seguirlo verso uno sterrato, oltre il marciapiede.
Lo seguo a distanza. Si ferma a confabulare con un  crocchio di quattro o cinque uomini, sono appoggiati a un carretto.
Colgo la parola murgh, vuol dire pollo in hindi.
Yogandher mi fa cenno di seguirlo.
Sembra di essere in un campo nomadi. Li chiamano night shelter, sono  campo per poveri, ma siamo nel cuore di Delhi, alle spalle della moschea.
Ci  vivono in molti.
In un angolo,ammassati contro una palizzata, ci sono decine di cesti e casse con dentro galli e piccioni, aspettano il combattimento, alle 10.
La gente mi guarda circospetta e con diffidenza.
Solo ora mi rendo conto che Yogandher mi ha soltanto accompagnato qui e che ora sta per lasciarmi da solo, in mezzo a questo accampamento.
“Oggi festa, io devo andare al tempio.”
Mi raccomanda di stare attento ai soldi e alle macchine fotografiche e lo guardo inforcare la motocicletta e andarsene.
Oh, cazzo! Sono solo.
Cerco disperatamente la maschera dell’indifferenza e spero che reggo.
Nel frattempo, approfittando del fatto che la gente è ancora per lo più addormentata, scatto qualche foto.
Mi addentro nel campo. C’è fango a terra, e rifiuti e merda di animale.
I cani randagi mi annusano.
Scatto qualche altra foto e proprio quando comincio a scrollarmi il disagio di dosso, mi accorgo che la mia presenza ha risvegliato l’interesse di un gruppo di uomini. Hanno cominciato a seguirmi con lo sguardo, poi si sono fatti sempre più vicini e minacciosi. Più scatto e più il gruppo cresce alle mie spalle, diventa impossibile fare finta di nulla.
E mentre i bambini sono eccitati dalla mia presenza, sento gli sguardi degli uomini scorrermi come lame sul collo. Sento il filo dei loro occhi.
Mi barrico dietro una malcelata indifferenza. Pesco la spocchia, ma so che non reggerà a lungo.
Il gruppo mi segue, ora saranno una dozzina. Nessuno dice una parola, ma sento i loro pensieri, li sento chiari, distinti.
Non passa molto tempo.
Un tizio tarchiatello mi approccia. Si stacca dal branco e con il fare del bullo mi dice che quella non è Jama Masjid.
“Jama Masjid è là!” – lo dice a denti stretti e indica la sagoma delle moschea alle nostre spalle.
Cerco di dirgli che sono qui per il combattimento dei galli.
“Qui non è Jama Masjid! Turisti a Jama Masjid, qui solo indiani!” – è minaccioso.
Ha ragione, sono solo indiani.
“Turisti a Jama Masjid.”
Il gruppo mi si stringe addosso. Parla solo uno.
Penso a fuggire, ma ho paura che una fuga si trasformi in un inseguimento.
Prendo in prestito tutta la confidenza in me stesso che trovo, ripongo la Nikon con una calma che mi sorprende e dico qualcosa di incomprensibile. Prendo tempo, allungo il passo, mi volto a controllare il branco che ora si dispone su una fila.
Il solito tizio mi urla “Jama Masjid! Jama Masjid” e indica la moschea alle nostre spalle. Ha gli occhi cattivi.
Ho il cuore in gola, è paura questa.  Mentre il tale grida, mi si gela il sangue. Vedo coltelli nelle mani di quelli del branco. Scappare, devo scappare. Fanculo i galli!

 

Bambini dello night shelter

 

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