Il cimitero britannico e i suoi inquilini

Pubblicato: dicembre 7, 2010 in Viaggi
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Nel cimitero britannico, l'uomo col falcetto

Finalmente lo trovo.
Il vecchio cimitero britannico su Lothian Road.
Ci sarò passato davanti almeno cinque o sei volte in questi giorni. Si trattava del cimitero della famigerata Compagnia delle Indie Orientali, il simbolo del potere britannico in India per secoli.
In questa parte della città la Compagnia aveva costruito il proprio quartier generale,  la cosiddetta Residenza, e tutto attorno gli alloggi degli ufficiali, il corpo di guardia e i magazzini – i preziosissimi magazzini.
Qui si erano rifugiati gli inglesi durante i giorni della rivolta del 1857  e da qui avevano riconquistato il potere, fino alla definitiva capitolazione del 1947, con l’avvenuta dichiarazione di indipendenza indiana.

Dei giorni concitatati dell’ammutinamente indiano (1857) rimane davvero  poco.
Il magazzino della Compagnia  è ridotto ad una latrina sul lato di Lothian Road che di notte dà  ricovero ad un gruppo di disperati eroinomani, gli stessi che  passano i giorni a mendicare dalle parti di Kashmiri Gate.
La potente Compagnia, cancellata. I suoi magazzini, ridotti a maleodoranti latrine.
E’ come se l’India si fosse riappropriata di quei mattoni e di quei lotti di terreno per cancellare indelebilmente un passato al quale non vuole legarsi, ma che poi, in realtà si sia legata ad un presente che lascia poco scampo.

Ho letto che il cimitero della Compagnia, anch’esso sulla Lothian, ora dà rifugio a una comunità di senzatetto, gente caduta in disgrazia nei primi anni ’70 e scampata ai massacri dell’84.
Da quellol che ho letto, sembra che vivano nelle tombe, non ci riesco a credere, però la cosa mi ha incuriosito da quando sono rientrato a Delhi e mi sono messo in testa di trovarlo questo posto.

Per tre o quattro giorni ci ho transitato davanti senza accorgermene, poi oggi, come per caso, imbatto in un cancello che avevo tralasciato. Non può che essere quello l’ingresso del vecchio cimitero britannico.
Il cancelletto è arrugginito. Il muro di cinta è di mattoni rossi e passa del tutto inosservato.

Devo essere sincero, mi aspettavo tutt’altro.
Mi aspettavo un cimitero dell’Ottocento, mi aspettavo una qualsivoglia ufficialità e invece mi imbatto in un muro decrepito, coperto dalla vegetazione e in un cancello di ferro e ruggine.
Lothian Road lì ha un’incertezza, prima di confluire con Grand Trunk Road, tra l’università e il Kashmiri Gate Post Office c’è ciò che resta del cimitero della Compagnia, nascosto, difficile da scovare.

Mi fermo davanti al cancello. Guardo dentro.
Che si fa?! Si entra?! Cosa cerco?! E se me ne andassi a prendere un tè nero in una dhaba e lasciassi perdere tutto?!
Spingo il ferro arrugginito del cancello senza pensare oltre. Sono dentro.
La vegetazione ha preso il sopravvento sull’opera dell’uomo e l’abbandono e l’indifferenza hanno completato lo scenario.

Un cumulo di rovine abbandonate, se non fosse per una targa tanto inutile quanto ridicola che avverte, rigorosamente in hindi e in inglese, che quella che si sta varcando è la soglia di un monumento parte del patrimonio dell’eredità storica indiana (!).
A soffocarmi la risata ci pensa la lama affilata di un lungo falcetto che un uomo, sbucato apparentemente dal nulla, mi punta alla gola.
Cazzo! Cazzo! Cazzo!
Poi ne arriva un altro e un altro ancora. Sono quattro in tutto gli uomini adesso. Sbucano dalle rovine, escono dalle tombe. Uno ha un bastone.
Nessuno parla. Mi fissano e quello con il falcetto non abbassa l’arma.
Da un cenotafio di mattoni rossi esce un tale che ha tutta l’aria di essere il capo della cricca.
“Name Joseph Rajenda Beev.” – dice, pare minaccioso, ma è calmo.
Mi squadra e mi fa cenno di avanzare. Solo allora il tizio con il falcetto abbassa la lama.
Non credo di avere alternative e avanzo.
Potrei scapppare, ma ho sentito chiudersi il cancelletto alle mie spalle.
Gli faccio capire che ho solo intenzione di scattare qualche foto.
“Money. For food.” – il manifesto delle loro intenzioni mi pare chiaro. Soldi. Vogliono soldi.
Penso a quanti soldi ho addosso. Penso a dove ho imboscato i pezzi da mille e a cosa ho lasciato a portata di mano.
Apro il portafogli che tengo appeso al collo, gli mostro il contenuto. Ci sono  settecento rupie. Un pezzo da cinquecento e due da cento. Gli allungo il pezzo da cinquecento.
Il capo  prende i soldi e li mette in tasca. Mi fa segno di seguirlo.
“Photo ok.”
Tiro un respiro di sollievo.
“Christian we.”
Cristiani, sono cristiani. Ma la cosa non mi tranquillizza, dovrebbe?
Comincio a scattare qualche foto.
Voglio ritrarli di fianco alle loro case: le tombe.
Non ci sono donne. Solo una decina di uomini.
L’uomo del falcetto si sistema vicino alla tomba nella quale dorme..
E’ la tomba di Rebecca Beatty, figlia di Mary Anne Beatty, morta il 1° agosto del 1826, all’età di 8 mesi e 11 giorni.
L’uomo del falcetto sorride beota alla macchina fotografica.
Mi sento a disagio.
Il capo chiede di essere fotografato appoggiato a “casa sua”, quello che rimane in piedi di una colonna che era parte di un monumento funebre in memoria di George, figlio di Henry e Matilda Molthen, scomparso il 9 maggio all’età di 23 anni.
Voglio andarmene.
Lascio altre cento rupie nelle mani del capo, che ora si è fatto addirittura loquace, ed esco per lo stesso cancelletto che ho cercato per giorni.
Voglio solo andarmene e scordare questa sensazione.

Una tomba e il "capo cricca

William Darlymple è uno scrittore scozzese che ha “ispirato” le mie ricerche di questi giorni (il cimitero, il combattimento dei galli, il bazar della città vecchia) e che ha avuto una rilevante influenza nel farmi cambiare modo di vedere e vivere Delhi. City of Djiins e Age of Kali sono due tra i suoi libri che consiglio a chi voglia avvicinarsi a “l’altra India”.

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