Delhi, sorprendende, malconcia Delhi

Pubblicato: dicembre 11, 2010 in Viaggi
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Sdraiato su binari - Treno locale - New Delhi

Times of India apre con tre titoli – preoccupanti tutti e tre.

“60 casi di malaria denghe a Delhi e 213 a Durgaon.”
“Sharif e Zandawi si separano. Esercito Pak nei territori controllati.”
“Folla assalta le chiese cattoliche in Orissa. Due arsi vivi.”

Buon giorno India.

Sono per strada di buon’ora.
Non ho una meta precisa. Voglio scattare qualche foto, mangiare qualcosa e magari comprarmi un libro.
Scendo per quella che ora chiamano Vivekananda Road. Sopra la mia testa un ponte della ferrovia.
Sotto il ponte i soliti senzatetto strafatti di eroina. Sono buttati sul marciapiede, nel loro vomito e piscio. Respirano i gas di scarico delle auto tutto il giorno, ma sono talmente andati che nemmeno se ne accorgono più.
La puzza di smog è letale.
Quando esco da sotto il ponte mi accorgo che una fila di persone scende dalla massicciata, scavalca un parapetto e scende per un sentiero verso Vivekananda Road.
Vengono dai binari là sopra.
Decido che ci salgo.

Con l’ostentata indifferenza di chi si sente colpevole, risalgo il sentiero che raggiunge la sommità del ponte e la massicciata.
Alcuni barboni dormono sotto un ashoka. Nemmeno si accorgono di me che gli passo a fianco.
Scavalco il muretto del ponte e sono sui binari.
Non credo ai miei occhi.

C’è un mondo su questi binari. Pendolari che si spostano ordinati.
Operai che caricano e scaricano sacchi di mattoni da file di muli. Ufficiali di polizia con le loro pistole automatiche ancorate alle fondine. Responsabili degli scambi, che da sotto le loro tende beige, seduti su loro seggiolini, dirigono gli addetti agli scambi, nelle loro vestaglie fosforescenti.
Addetti agli scambi che si muovono come marionette, con le loro bandiere verdi e rosse sotto il braccio e un bidi tra le labbra.
Scolari in uniforme. Studenti universitari. Parassiti fatti di droga. Cani randagi.

Non siamo chissà dove. Siamo soltanto a poche centinaia di metri sulla mia sinistra si scorgono gli ultimi edifici della stazione di Nuova Delhi.
No, appunto, non siamo chissà dove,  ma io non dovrei essere qui. Sono sui binari. E con me, su questi binari, c’è un mondo vario.

Non potrei essere qui e non potrei essere qui con una macchina fotografica e senza un permesso scritto dal Ministero dell’Informazione e dall’Ufficio delle Pubbliche Relazioni delle ferrovie. Questo me lo hanno spiegato bene, facendomi rimbalzare da un ufficio all’altro, meno di un mese fa, quando, appena arrivato, cercavo di fare le cose all’occidentale. Ma questa è India. E ho imparato, oh se ho imparato.

Il Responsabile del Traffico nel suo ufficio

Più in là, oltre la massicciata, oltre gli uffici dei responsabili del traffico, si scorgono le tende della Railway Colony, l’ennesimo slum, i soliti poveri – questa volta a dare loro ricovero non è un ponte o un cimitero, ma le carrozze sui binari morti – e il gioco di parole che qualcosa di morto la sola cosa a tenerli aggrappati alla vita, mi mette una strana sensazione addosso: e se qui fosse tutto davvero sbagliato?! Questa è l’India, non so andare oltre.

I treni si susseguono, passano lenti, con la gente aggrappata alle porte.
Lunghi vermi di ferro, ruggine e vernice scrostata. I pendolari aggrappati alle porte, appendici umane che mi sorpassano salutandomi e sorridendo. Anche questa è India
Non riesco a smettere di sudare, il cielo di Delhi questa mattina è

Lo slum dei binari morti

una coperta di lana grigia che soffoca ogni iniziativa. Ho scattato un centinaio di foto dal ponte. Treni, gente, ufficiali, muli. Ho scattato tutto quello che ho cercato di scattare in un mese.

Mi riposo a CP.
Eccolo che arriva.
Si chiama Ricky Ram, ha l’espressione smaliziata e non più di 13 anni.
Finta Lacoste nera, jeans di cotone gessati neri e grigi e adidas nere ai piedi.
Faccia pulita, carino nei modi.
“Where from sir?”
Il solito attacco per la solita sonata, ma non ho voglia di mandarlo via.
“Italy.” – dico e mentalmente anticipo il piccolo damerino pronunciare la solita frase Sonia Gandhi,
AC Milan.” – dice.
Colpito e affondato.
“Giochi a calcio?” – gli chiedo
“No, cricket sir.” Il piccolo è per lo meno onesto.
Ricky si siede lì, al mio fianco e mi confida che questa mattina butta male, ci sono in giro pochi turisti e per tre giorni non ha lavorato perché aveva la febbre.
“Che lavoro fai?”
“Porto i turisti all’emporio, quello caro dietro la stazione degli autobus.” – so di che posto sta parlando, è un negozio in una palazzina bianca di tre piani, pulito, di lusso e vende le solite cose al triplo del loro prezzo più alto.
“Quanto ti danno?”
“Cinque. Il cinque per cento.”
“Non vai a scuola?”
“Non sono riuscito a comprare il libro nuovo e il maestro mi ha detto di tornare a casa e di ripresentarmi quando avrò il libro nuovo.”
Fa una pausa.
“Lavoro un po’ e lo compro…”
Un’altra pausa. Ora mi fissa.
“Ci vieni all’emporio con me?”
“Non voglio comprare, non mi serve niente.”
“Non devi comprare.”
Lo guardo perplesso. Se non spendo, come lo pagano?
“Mi danno un coupon per ogni turista che accompagno. Li porto al cancello e aspetto. Se non comprano, ognuno vale un coupon. Se comprano invece mi danno i soldi. Dieci coupon sono 15 rupie. Andiamo allora?”
Andiamo.
“Ma non compro niente.”
“Non importa, però non dirglielo.”

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