C**zo di India

Pubblicato: dicembre 17, 2010 in Viaggi
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Cresce la tensione in Kashmir. Tre ostaggi in Jammu sono prigionieri di un gruppo di estremisti musulmani.
Quattro morti. L’esercito non ha avuto pietà. Ha fatto irruzione e ha ucciso tutti. I quattro avevano ucciso tre uomini prima di asserragliarsi. La conta dei morti, in quella sventurata regione tra India e Pakistan, sale così a sette. E i telegiornali delle sei del pomeriggio si sono assicurati la morte in diretta, le telecamere hanno ripreso con dovizia di particolare l’assalto dell’esercito indiano e la conseguente resa degli ostaggi, peccato che tra la resa e l’assalto, sia passata la morte!
La BBC South Asia interrompe i programmi del pomeriggio, un noiosissimo documentario sull’andamento finanziario dei paesi del Sud Est Asiatico. Breaking news! Le riprese traballanti di una telecamera a mano irrompono nella mia stanza d’albergo, una voce indiana  è doppiata in inglese. Le immagini sono incerte, mostrano il fronte di una palazzina, un balcone, un cancello chiuso, una porta di legno. Alcune sagome si alternano tra la porta e il balcone.
C’è concitazione, le immagini zoommano sulla casa, poi allargano. Poi un’altra zoommata.
La voce indiana viene interrotta da un colpo di fucile. Fa un rumore secco e poi il silenzio.
Le sagome al balcone spariscono all’interno della casa. In meno di un attimo, tutte, tutte tranne una, che si blocca per qualche istante e poi vola di sotto, dal balcone, al suolo. Si allarga in una macchia nera con le braccia a croce.
Il cecchino ha ucciso il primo dei tre ribelli asseragliati dentro la palazzina.
La telecamera va a tentoni alla ricerca del cadavare steso al suolo. Zigzaga incerta, mentre esplode il caos di voci.
L’uomo è riverso a terra, faccia in giù, le braccia allargate. Morto.
Poi la telecamera pesca tra i movimenti rapidi dei soldati che stringono l’assedio e ne coglie tre o quattro che sfondano la porta e altri che che si calano dal tetto, sul balcone e poi dentro.
Si sentono colpi di mitra, una bomba fumogena esplode e dall’interno della palazzina si alza una cortina di fumo bianco.
Poi altri colpi.
Poi il silenzio.
Escono i militari, escono gli ostaggi. Poi altri militari trascinano i corpi cadaveri dei ribelli, li allineano al suolo, vicino al primo caduto dal balcone. La telecamera si avvicina, di corsa, portata a spalle dal cameraman e stringe sui corpi riversi al suolo. Uno dei tre è steso pancia all’aria, ha lo sguardo perso nel vuoto.
Poi il filmato riparte. La morte è in loop.

Otto morti in Orissa in seguito agli incendi appiccati alle chiese cattoliche.

Il Bihar è vittima della più grande alluvione degli ultimi quarant’anni. Il conto delle perdite ha toccato quarantadue morti e non si contano quelli che hanno perso la casa. Le immagini delle abitazioni spazzate dall’acqua e delle imbarcazioni di fortuna che vanno alla ricerca dei superstiti mi entrano in camera con i telegiornali del mattino.
I campi di riso sono un un oceano piatto, solcato da piroghe improvvisate, sospinte dalla sola speranza di ritrovare qualche caro disperso o qualche briciolo di proprieta.
L’acqua ha inghiottito tutto.
Ora inquadrano gente che guada una strada di un villaggio, immersi fino alle spalle. I loro sguardi non tradiscono emozione alcuna. E’ il silenzio di quegli occhi ha frustrarmi la coscienza.

Cazzo di India.

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