Un posto fuori dal caos

Pubblicato: gennaio 3, 2011 in Viaggi
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Ho bisogno di una pausa dalla confusione della città, dai rumori, dagli odori. Dalla povertà che urla silenziosa.

E’ una calda mattina di fine agosto e il monsone comincia a lasciare Delhi, spinto a est dai venti secchi che arrivano dal deserto del Thar, nell’ovest del Rajasthan.
Sento che Delhi, e l’India in generale, cominciano a farsi pesanti. Ho bisogno di un paio d’ore di tregua, ho bisogno di ripigliare fiato e, magari, di oziare in un luogo silenzioso e puro, ma non voglio lasciare Delhi e affrontare un altro spostamento, la sola idea di un’altra stazione di treni o di autobus mi fa venire voglia di vomitare.

Prendo un tuk tuk e lascio Ram Nagar, diretto verso il cuore di cemento di New Delhi, lo attraverso e lo supero.
Punto verso Lodi Garden.

Lodi Garden è il solo posto sul quale posso contare per staccare da Delhi, senza lasciare Delhi.

Modhi contempla il suo lavoro nei Lodi Gardens

Lodi è un’immensa oasi di pace e di verde, una camera di decompressione che decine di squadre di mothi – giardinieri – quotidianamente curano con lo zelo che mi dico non appartenere a questa città e a questo periodo. I mothi di Lodi Garden sono giardinieri immortali che arrivano direttamente dallo splendore dell’era moghul. I motti di Lodi Garden, ogni giorno, fanno la manicure ai prati di Lodi Garden, con devozione, con calma, con passione.

Un parco. Solo alberi, curati ed accuditi come marajah dei tempi andati.  Migliaia di alberi secolari e poco di più, un laghetto, e poi verde, soltanto verde. Al centro del parco i resti di due cenotafi del Settecento, giusto per aggiungere quel tocco di magia che non poteva mancare in un luogo come questo.
Il silenzio è appena scalfito dal gracchiare dei corvi e dallo squittire degli scoiattoli.
Il traffico della città resta fuori. La cura e la pulizia di questi giardini ne fanno un luogo sacro, fuori dal tempo e lontano da tutto il resto.
Le coppie si appartano a chiacchierare sulle panchine e sotto gli alberi, qualcuna azzarda un bacio o si tiene la mano.
Un ragazzino malmesso cerca di vendermi delle patatine fritte e qualcosa da bere, insiste, gira con una borsa di plastica, insiste invano, ma è un personaggio fuori copione, qui a Lodi Garden. Scompare come è comparso, non appartiene a Lodi Garden.

Delhi non è ancora riuscita a fagocitare questo posto.
Delhi, la bestia vorace, la città che mastica qualsiasi passato, riducendolo irrimediabilmente in una poltiglia di presente, precario e sconcertante, pare non possa nulla su questo paradiso custodito da una cancellata verde

Lodi Garden. Ci arrivo da nord e entro, come un pesce che per troppo a lungo è rimasto fuori dal pelo dell’acqua.
Un ponte del Cinquecento, due templi dell’era dei Moghul e cenotafio resistono con impensabile dignità, protetti appunto dall’impenetrabile sacralità di questo parco.
Solo qualche chilometro più a nord, la necessità impellente di un presente ha saccheggiato, violentato e piegato i fasti di un passato glorioso.
Edifici con più di tre secoli di storia occupati da negozietti putridi e da magazzini infestati dai topi.
Palazzi moghul di fine settecento trasformati in dormitori improvvisati, cimiteri in case, haveli in spazi dove accatastare l’immondizia.
Di ciò che fu il Raj restano soltanto rovine e di queste rovine la città nutre il suo presente, come se Delhi non potesse permettersi un passato. Pare che però la capitale non sia ancora riuscita ad assicurarsi un futuro.

Delhi è solo un enorme, fatiscente, sconcertante presente e qui, seduto su una panchina di Lodi Garden, mi viene più facile pensarlo – non accettarlo.
Mi rilasso, ascolto gli uccelli cantare, i mothi chiamarsi a bassa voce mentre lavorano. Ascolto il frusciare delle foglie e l’acqua del laghetto accarezzare l’erba, ascolto le anatre.
Ogni tipo di albero presente è schedato, un piccolo cartello di legno ne descrive caratteristiche e nome latino.
Questa non è  Delhi, questa non è India. Dove sono?!

Mi alzo e riprendo a vagare. La mattinata è calda, ma non afosa e qui a Lodi è assolutamente perfetta.
Mi sdraio nell’erba, dove è permesso e penso alle brutture che assediano questo paradiso di alberi.

C’è un enorme cantiere aperto poco oltre CP. Una voragine circolare larga qualche centinaia di metri e profonda una ventina. Nel mezzo di questo immenso cratere sorge lo scheletro di una torre di trenta piani; una volta terminata ospiterà centinaia di uffici per la nuova India – così recita un gigantesco cartello pubblicitario, ricco di ingegneri ammiccanti, capi cantieri sorridenti e donne in tailleur e in carriera. La Nuova India. Staremo a vedere.
L’edificio è ancora in costruzione, una gru a fianco distribuisce carichi di materiali e giorno e notte un esercito di muratori e capomastri e carpentieri lavora senza sosta.
Un mostro di cemento isolato, il cui scheletro incute terrore e raccapriccio.

Non è ancora terminato e il mostro è già decrepito, è già vecchio.
Le piastrelle del rivestimento sono segnate, i muri, non ancora intonacati, sono crepati.
Il mostro non è ancora stato partorito ed è gi vecchio, incancrenito dal tocco di Delhi.

Così come il nuovo marciapiede della stazione di Nuova Delhi.§
Tre anni di lavori e cinquanta uomini che si alternano quotidianamente, coordinati da un nugolo di ingegneri, sovraintendenti e kapò.
L’inaugurazione è prevista tra meno di un mese, ma l’incompiuto marciapiede ha già l’aria disastrata che pervade tutta la città.

Operaio al lavoro nella costruzione del nuovo marciapiedi alla New Dalhi Station

Questa è Delhi. Senza un passato, schiava di un presente che rischia di sottrarle un futuro.
Torno a godermi lo spazio senza tempo di Lodi

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commenti
  1. […] un altro luogo, come i Lodi Gardens, sopravvive alla fame malata di Delhi, si tratta di Wenger’s, una pasticceria a […]

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